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Don Anto, parroco e campione ” “di sollevamento pesi: ” “la sua storia in un film” “” “
Un prete bosniaco campione di sollevamento pesi probabilmente l’unico al mondo e il suo difficile impegno di costruire una pacifica convivenza tra musulmani e cattolici sulla sua terra. È l’originale storia di don ANTO LEDIC , parroco di due minuscole comunità sperdute sulle montagne vicino Cogniz, a metà strada tra Sarajevo e Mostar, raccontata perfino in un film-documentario intitolato “Don” e presentato di recente in Italia. Nella zona dove sono le sue due parrocchie teatro di uno scontro molto forte tra musulmani e cattolici – prima della guerra vivevano 12.500 cristiani, oggi sono solo 2.000. La parrocchia di Solakova Kula aveva più di 1500 fedeli, ora sono rimaste 50 persone: anziani e disabili. L’altra parrocchia aveva 1500 fedeli, ora sono solo 70: anziani e disabili. Nei giorni scorsi anche i presidenti delle Conferenze episcopali del Sud-est europeo hanno denunciato a Sarajevo la situazione della Bosnia ed Erzegovina, “uno Stato sorto dagli accordi di Dayton, ma che non ha un futuro se permane una situazione di ‘pace ingiusta’ e vengono negati gli uguali diritti alle tre etnie costitutive (bosniaci, serbi, croati)” (cfr Sir 17/2005 ). A don Anto abbiamo rivolto alcune domande. A sette anni dalla fine della guerra come si vive in Bosnia ed Erzegovina? “Sicuramente c’è ancora molto da fare. Ma la cosa più importante, a lungo termine, è quella di creare la fiducia tra i popoli. E a questo livello la situazione non è ancora buona. Creare fiducia è più difficile che costruire una casa, ci vuole molta pazienza, percorrendo la strada a piccoli passi. Purtroppo le ferite sono ancora molto profonde ma questo non significa che non dobbiamo fare niente. Serve l’impegno di tutti. In questa terra dobbiamo imparare a vivere e a rispettarci nelle diversità”. Esistono esempi positivi di convivenza pacifica? “Ce ne sono. È naturale, ad esempio, che da vicini di casa si rispettino le feste dell’altro, ci si faccia gli auguri a vicenda. Sono questi i nostri primi passi. Una grande speranza e bel laboratorio di convivenza sono le scuole cattoliche multietniche, che accolgono ragazzi di tutte le religioni ed etnie. Questi ragazzi saranno domani i promotori del rispetto della diversità in Bosnia e nel resto d’Europa”. La Bosnia si sente un po’ dimenticata dall’Europa? “L’Europa non fa molto per farci sentire europei. Abbiamo tanti problemi, ad esempio le difficoltà per poter fare un viaggio all’estero. Sono necessari tanti permessi, è come se fossimo cittadini di serie B. Finché l’Europa tollera due Stati sul territorio della Bosnia Erzegovina sarà difficile uscirne”. Quali sono i problemi che deve affrontare invece la comunità cattolica? “È difficile affermare i diritti della comunità cattolica rispetto ad altre due nazioni forti. C’è un grande impegno da parte dei nostri vescovi, che lottano per essere trattati come gli altri nonostante siamo ormai una minoranza. Noi faremo di tutto per affermare il più possibile il diritto di un popolo di vivere sul proprio territorio”. E poi ci sono molte difficoltà nel rientro dei profughi… “Sì, molti profughi vivono in altri Paesi europei o in altre zone della Bosnia. Le difficoltà sono dovute all’assenza di un atteggiamento positivo da parte della politica per far rientrare i profughi, una situazione economica non buona, come pure la mancanza di sicurezza. Le case sono ancora completamente distrutte e la gente non riceve nessun aiuto o supporto per la ricostruzione”. Non ci sono più aiuti da parte delle ong e dei governi? “Purtroppo no, perché oggi le emergenze sono l’Iraq e i Paesi colpiti dallo tsunami. La Bosnia è dimenticata. Però grazie ad un gemellaggio con una cittadina italiana abbiamo potuto aiutare tante persone anziane e disabili, ricostruire le case, finanziare con borse di studio un gruppo di studenti, sostenere le poche famiglie rimaste”. Che effetto fa vedere la propria vita sacerdotale raccontata in un film? “Sono molto contento, il regista è riuscito a trasmettere il messaggio in cui credo: vivere gli uni con gli altri, non accanto agli altri. Prima di tutto cerco la pace dentro di me e poi con gli altri, provando ad essere capace di perdonare. Incontro la gente in maniera spontanea, non mi interessa di quale religione sia, vedo solo la persona”. Come si concilia il sollevamento pesi con il sacerdozio? “Cerco di unire la mia anima con Dio e di dare più forza possibile al mio corpo. Credo di essere il primo sacerdote al mondo ad esercitare uno sport di questo tipo. Dal 2002 ad oggi ogni anno vinco il primo premio a livello nazionale. La prossima gara sarà a maggio a Sarajevo”.