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Giorni difficili ” “

Come evitare la spaccatura della "Comunione"? ” “” “

È sempre aspro e sofferto il confronto che l’ordinazione di un vescovo gay negli Usa e la benedizione di matrimoni tra omosessuali in Canada hanno suscitato all’interno della Comunione anglicana. Al termine di un incontro d’emergenza che si è svolto dal 20 al 25 febbraio in Irlanda del Nord, i prelati più tradizionalisti hanno chiesto ai loro colleghi di Usa e Canada, considerati troppo liberali in materia, di uscire dal Consiglio consultivo anglicano fino al 2008, data in cui si riprenderà la discussione. UNA STORIA DIFFICILE. I media già parlano di uno scisma. La frattura – che con grande difficoltà Londra sta cercando di sanare – risale addirittura al 2003 ed è stata provocata dalla benedizione di nozze gay in Canada e dall’ordinazione di un vescovo apertamente omosessuale negli Stati Uniti, Gene Robinson. Già all’epoca, alcuni primati rappresentanti delle province del “Sud del mondo” – guidati dal nigeriano Peter Akinola – si erano dichiarati in un lungo comunicato di protesta non più in comunione con le province pro-gay. Una frattura importante, visto che in Nigeria risiedono un quarto di tutti gli anglicani del mondo. Sulla questione è dovuto intervenire l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams che su richiesta degli stessi primati ha costituito una Commissione di studio (Lambeth Commission) che dopo un anno di incontri, lo scorso 18 ottobre ha pubblicato un rapporto di 93 pagine (Windsor Report) che invitava il vescovo Robinson a dimettersi. L’INCONTRO IN IRLANDA. Nonostante la Lambeth Commission e il Rapporto Windsor, la questione non si è risolta e così dal 20 al 25 febbraio è stato indetto un incontro di emergenza a Newry, in Irlanda del Nord, al quale hanno partecipato 35 primati delle 38 province anglicane di tutto il mondo. Al termine dell’incontro, è stato pubblicato un lungo comunicato diviso in 22 paragrafi in cui al punto 14 si chiede alla “Chiesa episcopaliana degli Stati Uniti e alla Chiesa anglicana del Canada di ritirare i loro membri dal Consiglio consultivo anglicano per tutto il periodo che precederà la prossima Conferenza di Lambeth” in programma nel 2008. Al punto 18, i primati anglicani chiedono una sorta di “moratoria” sia sui riti di benedizione che si celebrano per le unioni omosessuali, sia sulle consacrazioni di qualsiasi altro vescovo dichiaratamente gay. “Queste richieste – si legge al paragrafo 19 del comunicato – devono essere intese come un modo per instaurare legami di piena fiducia nella Comunione”. GLI AMERICANI. Ma gli americani non sembrano intenzionati ad arretrare. Per il vescovo STEVE CHARLESTON, “Gene per noi è come un campione dei diritti umani”. Il vescovo FRANK GRISWOLD, che ha ordinato Robinson, usa toni meno perentori: “Questi non sono giorni facili per nessuno di noi”. E aggiunge: “Continuo ad avere fede e fiducia nei molti modi con cui il mistero della comunione è vivo tra di noi”. Il vescovo australiano PETER CARNLEY aggiunge la tenue speranza che da qui al 2008 la situazione non precipiti. L’arcivescovo di Canterbury, ROWAN WILLIAMS, assicura che c’è una forte volontà nella Chiesa anglicana di risolvere i problemi ma non nasconde la serietà della questione. “Darci del tempo per parlarci chiaramente dev’essere considerato uno sviluppo positivo”, ha affermato Williams, auspicando che questa pausa possa portare a un compromesso. “Potrebbe finire con un’ulteriore divisione. Speriamo di no. Tenteremo di evitarlo”. UN AUSPICIO. Secondo don PETER FLEETWOOD, membro del Ccee è significativo che “il primo motore che ha fatto scattare una reazione molto forte contro le Chiese degli Stati Uniti e Canada sia stata la Chiesa anglicana della Nigeria”. Questo indica che la questione ha una profonda radice culturale. “La cultura europea e nord-americana – osserva Fleetwood – sembra spingere verso una prontezza ai compromessi che la cultura africana non ha. Nella Chiesa cattolica, una cosa del genere non succederebbe perché noi abbiamo una struttura dottrinale molto chiara. È un’unità che lavora con la disposizione ad accettare molte cose pur di salvare l’unità. Ma questo chiede spesso di sacrificare le preferenze personali per il bene dell’unità. È difficile dirlo senza dare l’impressione di voler insegnare qualcosa”. D’altronde, la ricerca di questo equilibrio è “una sfida che interpella anche la Chiesa cattolica, che non è priva di tensioni. Per questo ci sentiamo molto vicino alla Comunione anglicana”, augurandole di ritrovare quella “carità che non compromette sul livello morale ma costruisce nella fraternità”.