chiesa e comunismo" "
Le Chiese dell’Est ” “e le accuse di collaborazionismo con i regimi comunisti ” “” “
Caduta la cortina di ferro e con essa i regimi comunisti dei Paesi dell’Est, alcuni dei quali sono entrati, il 1 maggio 2004, nell’Unione europea e anche nella Nato, si riaprono adesso gli archivi storici per fare luce su molte vicende interne ed in particolare sulle connivenze che molti settori della società del tempo ebbero con gli stessi regimi. È di queste settimane la notizia che in alcuni Paesi, come per esempio Ungheria e Slovacchia, sono stati resi noti gli elenchi di coloro che collaborarono con le polizie segrete dei regimi comunisti. Tra questi anche nominativi di vescovi, sacerdoti e uomini di Chiesa. La risposta degli episcopati alle accuse, in parte infondate e male interpretate, non si è fatta attendere. Ungheria: spie e martiri. 64 preti cattolici ungheresi, e perfino un vescovo, che avevano la funzione di spie durante il comunismo? È la supposizione, documentata da documenti riservati, dello storico ungherese, residente in Germania da 40 anni, Gabor Adrianyi, in un articolo pubblicato su un mensile ungherese, nel quale accusa anche la Chiesa cattolica di “non aver chiesto scusa” dopo il cambio di regime. La risposta della Chiesa ungherese non si è fatta attendere. In un commento pubblicato sul portale cattolico Magyar Kurir, il vescovo mons. Andràs Veres, segretario della Conferenza episcopale d’Ungheria, ricorda che “durante la dittatura comunista monaci e preti erano regolarmente insultati” e “perseguitati con metodi particolarmente duri, perché l’ateismo considerava la Chiesa il suo primo grande nemico ideologico”. “Interrogatori quotidiani e settimanali di preti racconta -, anche con l’uso della forza fisica nei loro confronti, non erano rari. Le intimidazioni erano uno dei metodi principali per mantenere il sistema. Molta gente è stata capace di resistere alle più crudeli torture e ad ogni genere di tribolazione”. Ma ce ne furono altri che, “sotto costrizione fisica e mentale, cedettero e si coinvolsero, presentando regolarmente rapporti sul loro servizio e su quelli che vivevano intorno a loro”. Mons. Veres racconta di alcuni sacerdoti anziani che “negli ambienti clericali erano conosciuti come spie”. “Durante le riunioni di Chiesa sottolinea queste persone di solito si premuravano di avvertire gli altri: ‘Se sono qui non parlare di questo o di quell’argomento perché sono obbligato a relazionarlo”. Il vescovo Veres fa notare che, mentre lo storico Adrianyi fuggì 40 anni fa dall’Ungheria, “la Chiesa non sarebbe rimasta viva se tutti fossero scappati”: “Non penso che una persona fuggita abbia il diritto di giudicare qualcuno, anche se non dimostrano di essere eroi o martiri”. Riguardo alla richiesta di scuse, mons. Veres dice di essere a conoscenza di “casi in cui i preti interessati hanno chiesto scusa ai loro confratelli e non credo che debbano farlo in pubblico”. “A chiedere scusa devono essere piuttosto coloro che hanno mantenuto in vita quel regime osserva e umiliato quella gente tenendola sotto il terrore fisico e mentale. Alcuni di loro potrebbero essere ancora al potere nell’odierna scena politica”. SLOVACCHIA: “Condanniamo, comprendiamo, crediamo”, è questa nelle parole del loro portavoce, Marian Gavenda, la posizione assunta dai vescovi slovacchi in merito alla vicenda che vede sacerdoti e uomini di chiesa iscritti nei registri dei collaboratori della polizia segreta durante il regime comunista in Cecoslovacchia. Vicenda che sta occupando le pagine dei giornali del Paese e suscitando grandi dibattiti dopo che questi elenchi sono stati resi pubblici (cfr. Sir n. 13/2005). L’episcopato slovacco riunitosi per la 50ma assemblea plenaria lo scorso 22 e 23 febbraio ha chiarito, a riguardo, la propria posizione: “i vescovi dichiara al Sir Gavenda – dividono i collaboratori in varie categorie accompagnate da diversi giudizi”. “Non neghiamo che alcuni sacerdoti possano avere collaborato con i servizi della polizia segreta. Li condanniamo se si sono offerti liberamente per garantirsi una carriera, soldi o per provocare dei danni ad altri. Quelli che, invece, hanno collaborato perché ricattati per i loro delitti o debolezze di carattere sono degni di compassione. Nutriamo compassione per coloro che dopo lunghe indagini e inchieste della polizia, dominati dalla paura o animati dalla buona intenzione di salvare il salvabile hanno accettato la collaborazione. Crediamo a coloro che affermano di non aver collaborato, che non sanno spiegarsi il loro nome nelle liste e che anzi erano seguiti e perseguitati dalla stessa polizia”. I vescovi, aggiunge il portavoce, “chiedono scusa e perdono ai fedeli per lo scandalo e i danni causati dai veri collaboratori, ma al tempo stesso riaffermano con vigore che la maggior parte del clero si é mantenuto fedele e non pochi fino al martirio”. “I veri responsabili conclude – sono coloro che hanno organizzato tutta questa persecuzione e che restano nell’ombra. Invitiamo tutti questi ad “una purificazione secondo la verità e nella verità la sola che può garantire il futuro della nazione”.