TURCHIA" "

Solo un’eccezione?” “

Kek e Comece sull’ingresso del Paese della mezzaluna nell’Ue” “

In un breve documento preparato dalla Commissione chiesa e società della Kek e dal segretariato della Comece si fa una sintesi sullo status del processo di ingresso della Turchia nell’Unione europea e sulla riflessione all’interno degli organismi delle chiese. Dopo l’ingresso dei 10 nuovi stati membri il 1 maggio 2004 e l’adozione della proposta di trattato costituzionale nel giugno scorso, la decisione se iniziare o meno le trattative per l’ingresso della Turchia nell’Ue è stato il tema principale di discussione nell’ambito della politica di integrazione europea nel 2004. Mentre fino ad ora, criterio discriminante per la decisione se avviare o meno le trattative con un Paese candidato dipendeva dalla verifica del rispetto dei cosiddetti “criteri di Copenaghen”, il summit Ue del dicembre 2004 ha deciso di avviare i negoziati con la Turchia nell’ottobre 2005, ancor prima di aver verificato l’adempimento dei criteri o meno. DIVERSE PRESE DI POSIZIONE. Nel corso del 2004 Kek e Comece si sono più volte espresse nel merito della questione, in particolare nel documento Kek dell’ottobre 2004 “Le relazioni tra UE e Turchia” (vedi su www.cec-kek.org), nell’incontro con il primo ministro olandese, presidente di turno dell’Ue nel secondo semestre dello scorso anno, nel corso della plenaria Comece del novembre 2004 (www.comece.org). Nelle diverse prese di posizione emergono i seguenti punti: “l’ingresso della Turchia non è una questione di differenze religiose”, a fronte di chi pone l’elemento dell’islam come ostacolo anche perché “l’Europa è già una comunità multiculturale”; elemento discriminante è la verifica del rispetto dei criteri di Copenaghen e le chiese hanno “espresso i loro dubbi” che in Turchia siano effettivamente rispettate “le libertà religiose e la protezione delle minoranze”; il dubbio se, dopo l’ingresso dei dieci nuovi stati, “l’Ue sia pronta per questo ingresso, in termini di stabilità, coesione sociale…”. REGOLE CAMBIATE? In un rapporto pubblicato dalla Commissione europea il 6 ottobre scorso, “si apprezzavano i progressi compiuti dalla Turchia; pur identificando 6 ambiti legislativi ancora da approvare dalla Turchia, si affermava che la Turchia rispondeva sufficientemente ai criteri politici per aprire le negoziazioni per l’accesso”. Su questa base il parlamento europeo ha adottato la risoluzione del 15 dicembre 2004 sull’apertura dei negoziati. In questa sede, però si è anche affermato che, benché obiettivo dei negoziati sia l’ingresso, si tratta di un processo aperto i cui risultati non possono essere predeterminati e che, a motivo delle ripercussioni che ha sul piano finanziario dell’Ue l’ingresso di qualunque nuovo stato membro, i negoziati non potranno essere concluse prima del 2014. Si è inoltre assicurato che in caso di mancato rispetto delle libertà e diritti fondamentali, la commissione potrà, per propria iniziativa o su richiesta di uno stato membro, chiedere la sospensione dei negoziati. Nel documento Kek-Comece si sottolinea che con il caso della Turchia l’Ue ha cambiato le sue regole. Mentre prima si richiedeva agli Stati il rispetto delle regole per avviare le negoziazioni, “con la decisione di dicembre i negoziati possono iniziare anche se il percorso nell’adempiere i criteri politici è solo “sufficiente”. Il pieno rispetto cioè non è più pre-condizione obbligatoria”. Se si tratta di una eccezione o di un nuovo metodo di procedere dell’Ue lo si vedrà con i futuri Paesi candidati: “le ambizioni di ingresso dei paesi dei Balcani occidentali saranno il banco di prova”. COINVOLGERE LA SOCIETA’ CIVILE. In ogni caso per le Chiese, il contributo e lo spazio di azione in questa fase del caso Turchia, viene identificato nell’impegno che l’Ue ha preso nel dicembre scorso di avviare anche un intenso dialogo politico e culturale con gli Stati candidati; per favorire la comprensione reciproca, questo dialogo deve coinvolgere anche la società civile. Per questo, ad esempio, le chiese francesi si sono assunte l’impegno di investire per la costruzione di nuove relazioni riconciliate con la Turchia e di contribuire a far nascere un dibattito pubblico a livello di base in Turchia. Oltre a ciò – sostiene il Metropolita Atanasios, rappresentante del patriarcato greco a Bruxelles – “le chiese dovranno verificare che il processo avvenga in modo trasparente e corretto: interessi economici e di mercato dell’Europa verso la Turchia potrebbero condizionare il processo”. Allo stesso tempo occorre “fare il possibile per farla entrare: in questo processo di europeizzazione le minoranze religiose vogliono una speranza”. Certo è che nei Paesi contrari all’accesso della Turchia, come la Francia, la Grecia, o nell’Europa centrale, “questo dibattito può complicare la ratifica del trattato costituzionale” sostiene il segretario della Comece Noël Treanor.