A distanza di tre settimane dalla tragedia dello tsunami, non si spegne l’eco sulla stampa internazionale. “ I paesi poveri sono i più vulnerabili di fronte alle catastrofi“, titola Le Monde (18/01), presentando il congresso mondiale sulle calamità naturali che si è aperto due giorni fa a Kobé, in Giappone, dove sono riuniti centinaia di esperti di ogni parte del mondo. La scelta della città giapponese è dovuta all’anniversario dei dieci anni dal terribile terremoto che fece ben 6433 morti ricorda Le Monde e tuttora il Giappone è in allarme, attendendo il “Big One”, pur avendo allestito da allora sistemi antisismici all’avanguardia. Il punto per Le Monde è comunque che “ ogni anno 255 milioni di persone sono toccate da disastri, e il tributo più pesante è pagato dall’Africa e dall’Asia“. “ È soprattutto nei Paesi poveri aggiunge il giornale che le catastrofi fanno più morti: nei due continenti africano e asiatico si concentra l’88% delle perdite del periodo”. Per questo motivo, secondo Jeffrey Sachs, consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, “ la nostra generazione ha un’occasione unica di fare arretrare la povertà da qui al 2015. Questo obiettivo è a portata di mano se i Paesi ricchi mantengono le loro promesse“. Anche il quotidiano cattolico francese La Croix (18/01) si occupa del “Rapporto Sachs”, reso pubblico nei giorni scorsi a New York, con il titolo “Investire nello sviluppo”. “ Noi non parliamo di carità spiega Sachs a La Croix Si tratta di investimenti sul lungo termine per migliorare la vita di milioni di persone sul pianeta“. Analogo proposito viene espresso dall’economista Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia, intervistato il giorno dopo da Le Monde (19/01), che sottolinea come nell’ultimo decennio “ c’è stata una presa di coscienza nuova“: “ anzitutto viviamo in un mondo indiviso, dove i Paesi ricchi non possono più ignorare i problemi di quelli poveri“. In secondo luogo, “ i Paesi in via di sviluppo non resteranno sempre nel loro angolo … come lo sviluppo della Cina ha dimostrato chiaramente“. Infine secondo il Nobel Sen “ occorre dire che la povertà crea il terrorismo … si tratta di una percezione chiara che non possiamo più ignorare“. Il Catholic Herald, settimanale cattolico inglese, ricorda sul tema dello sviluppo e dei disastri naturali degli ultimi tempi (07/01) che “ la Chiesa cattolica sta dando un apprezzabile contributo agli aiuti internazionali per le vittime dello tsunami“, come mostra la generosa raccolta di fondi nelle parrocchie cattoliche inglesi, di cui si fornisce un quadro informativo. Il giornale aggiunge che tali aiuti andranno a buon fine: “ Possiamo assicurare – dice un responsabile dell’invio di tali aiuti che tutti i soldi raccolti saranno spesi bene, sostenendo i vari network cattolici attivi nelle aree del disastro“. Nell’editoriale dello stesso settimanale si sottolinea che “ quest’anno sarà segnato da una serie di summit internazionali di alto profilo in tema di povertà, ma sarebbe sorprendente se questi incontri generassero l’adozione di misure concrete, piuttosto che la tradizionale aria fritta“. Il quotidiano cattolico italiano Avvenire (19/01) dedica attenzione alle prospettive dello sviluppo e del ruolo delle Nazioni Unite, a seguito della visita del ministro degli esteri Gianfranco Fini in Vaticano, dove ha incontrato il Segretario di Stato card. Angelo Sodano. “ Tra i responsabili della politica estera italiana e vaticano ha detto al giornale il portavoce della Santa Sede Joaquin Navarro Valls si è convenuto sulla necessità di una riforma dell’Onu per rispondere meglio alle sfide del Terzo Millennio“. Usa, Iran e Iraq: sulle vicende di questi Paesi si interrogano i commentatori tedeschi. Klaus– Dieter Frankenberger della Frankfurter Allgemeine Zeitung (20/1) scrive sul secondo mandato di Bush: “ Si ritiene l’esecutore di un programma di trasformazioni che parte dalla privatizzazione (parziale) delle pensioni e che non si ferma alla democratizzazione del Vicino e del Medio oriente. Questo programma spaventa molte persone anche perché finora il nuovo corso della politica estera è sfociato in due guerre, portando divisione e grande diffidenza. La teoria secondo cui Bush tornerebbe allo ‘status quo ante’ della politica mondiale americana sotto la pressione dei costi della sua politica nei confronti dell’Iraq, è priva di basi”. Sulla Frankfurter Rundschau (19/1), Dietmar Osterman si chiede: “ Ci sarà la guerra anche in Iran?… I rischi di un comportamento assolutamente isolato a livello internazionale dovrebbero essere chiari anche a Washington. Il governo Bush può non aspettarsi un successo da parte della diplomazia europea. Ma dovrebbe augurarselo“. Sul settimanale Der Spiegel (17/1) si legge un articolo sull’impiego delle forze Usa in Iraq: “ …mentre la settimana scorsa il presidente Bush assicurava ancora che il mondo senza Saddam Hussein è più sicuro, i suoi soldati ed ufficiali sembrano essere convinti sempre più del contrario: da un punto di vista politico e strategico, personale e finanziario le forze armate americane, che non hanno rivali al mondo, si sono imprevedibilmente scontrate con ostacoli difficilmente superabili“. ———————————————————————————————————– Sir Europa (Italiano) N.ro assoluto : 1356 N.ro relativo : 5 Data pubblicazione : 21/01/2005