UNIONE EUROPEA" "
Polemiche sul bilancio e integrazione in crisi per l’Europa a 25″ “
Un summit all’insegna dell’incertezza e di un affievolito europeismo. Così si è presentato al mezzo miliardo di cittadini dell’Unione il Consiglio Ue del 15 e 16 dicembre. Al di là degli stessi esiti dei negoziati fra i 25 capi di Stato e di governo, l’integrazione europea dovrà ripartire da Bruxelles su una strada in salita. L’invito giunto da Tony Blair. Con una lettera inviata dal numero 10 di Downing Street e firmata di suo pugno, il presidente di turno del Consiglio, il premier inglese Tony Blair, aveva invitato i “colleghi” al vertice per “ricercare un accordo politico” sulle Prospettive finanziarie 2007-2013, ossia il bilancio pluriennale dell’Unione. In realtà la bozza dei conti comunitari, trasmessa il 5 dicembre ai governi dei Paesi membri e di quelli candidati, aveva suscitato reazioni ampiamente negative: un bilancio troppo risicato era questa la riflessione pressoché generale di fronte alle ambizioni dell’Ue, alle molteplici sfide da affrontare assieme, alle numerose politiche comunitarie (agricola, regionale, infrastrutturale, della ricerca, culturale, di cooperazione internazionale…) ormai parte essenziale della missione comune. I “principi” segnalati da Barroso. Il presidente della Commissione, José Manuel Durao Barroso, in vista del summit aveva preso carta e penna, indirizzando a sua volta una “lettera aperta” al presidente di turno del Consiglio, sostenendo la necessità di puntare su una “clausola di revisione globale”, valida sia per “raggiungere un accordo immediato, sia per permettere una completa revisione a medio termine del budget Ue”. Secondo Barroso, “esiste un largo consenso in favore di un bilancio rivolto all’avvenire, che dia risultati efficaci, che rifletta i nostri valori di equità e di solidarietà”. Su questi aspetti occorre, sempre stando al capo dell’Esecutivo, “migliorare la nostra proposta”, cercando un’intesa tra i capi di Stato e di Governo, per evitare un nuovo fallimento. Barroso elenca quindi i “principi” che a suo avviso “devono essere rispettati per l’accordo finale” sul budget: l’ambizione (“l’accordo finale deve comportare un aumento significativo delle spese totali”, da indirizzare verso la crescita economica, il lavoro, i bisogni dei cittadini); l’equità; la modernizzazione; la coerenza; la flessibilità; “l’ottimizzazione delle risorse finanziarie e la loro buona gestione”. Un bilancio che guarda al passato? È peraltro risultato a tutti evidente lo scontro tra Regno Unito e Francia, focalizzato sulle partite di bilancio, ma in realtà espressione di modi differenti di intendere il futuro dell’Ue. Londra difende il proprio “sconto” sul bilancio, ottenuto nel 1984 dall’allora premier Margaret Tatcher, mentre Parigi non vuol cedere nemmeno un euro delle abbondanti sovvenzioni per l’agricoltura nazionale che giungono da Bruxelles. Allo stesso tempo i nuovi Stati aderenti reclamano fondi per accrescere il proprio livello economico e sociale, mentre Berlino, con la neo cancelliere Angela Merkel, che pure giudicava “l’intesa difficile ma possibile”, sembra tentata di domandare come mai la Germania debba rimanere il principale salvadanaio da cui attingere per saldare i conti dell’Unione. Poche, invece, le voci levatesi a vantaggio di voci di bilancio più orientate al futuro: formazione, ricerca, innovazione tecnologica, coesione sociale, tutela ambientale. Per qualche miliardo in più. Al summit si è giunti dopo una serie di veti incrociati. Jack Straw, ministro degli Esteri inglese, è stato il più esplicito di tutti: “Non ci possono essere modifiche fondamentali dello sconto concesso al Regno Unito senza una riforma complessiva della politica agricola comune”. Una dichiarazione, questa, scandita a chiare lettere parallelamente alla presentazione dell’ultima bozza delle Prospettive finanziarie, resa nota il 14 dicembre. Il nuovo quadro finanziario reintroduce alcuni fondi di coesione e sviluppo che andrebbero a vantaggio di Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania. Il modesto aumento delle spese (2,6 miliardi di euro in totale, che fa lievitare il bilancio comunitario da 846,7 a 849,3 miliardi di euro, pari all’1,03% del Pil Ue) favorirebbe anche la Spagna. Ma anche questa bozza è stata rispedita al mittente da quasi tutti i leader europei, da Barroso e dall’Europarlamento. Restano i problemi di fondo. “Meglio nessun accordo che un cattivo accordo”, sentenzia di continuo l’inglese Straw. Una posizione accettabile se non emergessero alcuni dubbi di fondo. Il primo: senza le Prospettive finanziarie, di fatto l’Ue si blocca, prospettando danni enormi, concreti, sul piano delle politiche comuni. Il secondo: questa Unione che solo un anno e mezzo fa ha aperto le porte a diversi Paesi ex comunisti, come potrà giustificarsi di fronte ai “nuovi arrivati”, avendo loro promesso aiuti per lo sviluppo che ora non sembra in grado di fornire? Il terzo, e forse decisivo: dopo lo scacco subito riguardo il processo di ratifica costituzionale, risorgono gli egoismi nazionali: l’integrazione europea quale futuro avrà in questa situazione?