GRAN BRETAGNA" "
Europa, famiglia e Chiesa: intervista a Stephen Wall” “
Ex consigliere di Tony Blair sull’Unione europea, con esperienza all’interno del governo negli ultimi vent’anni, rappresentante del Regno Unito a Bruxelles per cinque anni, segretario privato del primo Ministro John Major e di tre ministri degli Esteri, consigliere del card. Cormac Murphy-O’Connor, Primate cattolico di Inghilterra e Galles, sir Stephen Wall , il titolo gli è stato concesso dalla Regina per la sua carriera, cattolico, è un profondo conoscitore dela politica di Bruxelles. Gli abbiamo rivolto alcune domande. Che cosa pensa del rapporto tra Gran Bretagna e Ue? “La Gran Bretagna appartiene all’Unione europea da oltre trent’anni e ne è quindi un membro a tutti i diritti. Il cuore degli inglesi è, almeno in parte, in Europa, l’Unione europea ha contribuito in modo determinante al consolidarsi della democrazia, della pace e della stabilità in Europa occidentale”. Non crede che la Gran Bretagna abbia un atteggiamento un pò ambiguo nei confronti dell’Unione, ne ottiene molto ma non vuole condividerne fino in fondo i costi? “Non sono d’accordo. Da quando siamo entrati nell’Ue nei tardi anni Ottanta con Margaret Thatcher siamo diventati un netto contributore all’Unione europea. Penso che il nostro ruolo sia di importanza cruciale in politica estera e anche rispetto alla “common agricultural policy”, la politica comunitaria sull’agricoltura. Nessuno può prendere il nostro posto nel monitoraggio della pace internazionale. Spesso nell’Ue il nostro Paese viene visto attraverso un’immagine non sempre corrispondente alla realtà”. Può fare qualche esempio? “L’idea che il Regno Unito si opponga al modello sociale degli altri Paesi dell’Unione, per esempio, è una esagerazione dei giornalisti. È vero che la Gran Bretagna ha un mercato del lavoro molto più liberalizzato ma è anche vero che abbiamo un forte welfare state, più articolato e diffuso di quello esistente in Italia. La realtà è che il modello sociale migliore per le società nelle quali viviamo è: più possibilità di lavoro per il numero più alto di persone possibile. E se per ottenere questo occorre rendere più flessibile il modo in cui lavoriamo è importante procedere su questa strada”. Quanto pesano, su questo cammino, gli eccessivi nazionalismi? “Per ciascun Paese dell’Unione è faticoso difendere a Bruxelles i propri interessi e credo che questo sia vero per la Gran Bretagna come per altri. È ero che geograficamente e storicamente ci troviamo ai margini dell’Unione e abbiamo sempre resistito i tentativi del continente di accerchiarci. Eppure anche i cittadini britannici sono europeisti e quel voto nel referendum del 1975 col quale siamo entrati nell’Unione europea potrebbe ripetersi identico oggi. Credo che una parte delle elite del nostro paese sia fortemente europeista”. L’Europa è stata spesso definita una costruzione cristiana perché i padri fondatori erano tutti cattolici praticanti. È d’accordo? “Penso che l’Ue difenda valori morali come la pace, l’aiuto ai più poveri. E’ significativo che siamo riusciti ad evitare nuove guerre ed è importante che gli aiuti dell’Unione europea vadano alle regioni più povere, in questo senso ci collochiamo nella tradizione cristiana”. Forse un po’ meno oggi con alcune leggi che minano la famiglia tradizionale… “Penso che a una crisi dei valori tradizionali si accompagni un forte interesse per gli ultimi come dimostra il successo della campagna “Make poverty history”, “Rendi la povertà storia”. Vi è senza dubbio un declino della religione tradizionale, le persone sembrano meno disposte ad accettare le regole dettate dalla Chiesa. Credo che la Chiesa debba interrogarsi su che cosa può fare per recuperare tanti fedeli. Per quanto riguarda il problema del divorzio, molto dipende dall’educazione che abbiamo ricevuto in famiglia perché è naturale che i figli seguano l’esempio dei genitori. Molti sposi oggi mancano dell’educazione necessaria per un matrimonio. Oggi molto dipende dalle scelte individuali e occorrerebbe essere convinti che quando ci si impegna in un matrimonio questo impegno va mantenuto anche attraverso le difficoltà e che una unione duratura va a vantaggio dei figli. Ma come insegnare questi valori se non si sono appresi in famiglia? Penso che in questa situazione difficile la Chiesa abbia un compito non semplice, deve essere “città sulla collina”, faro di valori morali da seguire ma deve anche avvicinare le masse e condividere i problemi di tutti”.