SCUOLA CATTOLICA" "

In una società in ricerca” “

Situazione e prospettive dell’educazione religiosa in sei Paesi europei” “

“La Chiesa e la scuola cattolica possono servire il mondo e l’Europa proponendo il Vangelo come messaggio di speranza e di vita in una società assetata di libertà responsabile, di solidarietà, di giustizia e di rispetto per la creazione”. Così ETIENNE VERHACK , segretario generale del Comitato europeo per l’insegnamento cattolico (Ceec). Nel suo contributo al VII Rapporto sulla scuola cattolica in Italia curato dal Centro studi per la scuola cattolica (Cssc) e presentato nei giorni scorsi a Roma, Verhack traccia una panoramica dell’educazione religiosa in cinque nazioni europee: Francia, Olanda, Belgio, Gran Bretagna e Ungheria. Paesi, i primi quattro, prescelti perché situati “nel Nord del continente, in società dove la secolarizzazione è più forte e dunque è interessante vedere come le scuole cattoliche tentino di darvi risposta” spiega il segretario generale Ceec, che giustifica invece l’opzione per l’Ungheria “scelta come rappresentante dell’Europa centrale e orientale”. Un caleidoscopio di situazioni dal quale emerge, tuttavia, l’urgenza di alcuni interventi comuni. Presentiamo una sintesi delle “fotografie” nazionali scattate da Verhack, e un resoconto della situazione italiana descritta nel citato Rapporto. FRANCIA: L’INCULTURA RELIGIOSA. Nella maggioranza delle scuole cattoliche convenzionate “non si insegna il corso di religione come accade in altri Paesi perché la laicità (legge del 9 dicembre 1905 sulla separazione tra Chiesa e Stato) non lo consente” osserva Verhack. Tuttavia il Rapporto Debray sull’insegnamento del fatto religioso nella scuola statale (2002), gli accertamenti della Commissione Stasi (2003) e la legge sull’ostentazione dei simboli religiosi (2004), oltre “all’esistenza di un interrogarsi sulla religione da parte delle scienze e viceversa”, dimostrano che la questione dell'”insegnamento del fatto religioso” rimane aperta. Da almeno trent’anni, prosegue il segretario Ceec, “l’incultura religiosa degli allievi” rende difficile, secondo quanto riferito da molti docenti, “l’insegnamento della storia e della letteratura”. Di qui l’esigenza, rimarca Verhack, di “mettere a profitto nel modo migliore l’ora di ‘cultura religiosa’ coordinando tre livelli: la dimensione culturale della fede cristiana, la dimensione religiosa della cultura in generale, la presentazione del cristianesimo in maniera intelligente a tutti gli allievi”. Tra le principali reti di congregazioni religiose attive in Francia nel settore dell’istruzione, Verhack ricorda la San Vincenzo de’ Paoli con i suoi 70 istituti di ogni ordine e grado (i cui licei tecnici e professionali sono frequentati da giovani musulmani in percentuali che arrivano in alcuni casi al 75% del totale), e i 40 istituti “Lassalliani”. OLANDA: UN AFFARE PRIVATO che “non si tollera venga espresso o reso visibile in pubblico”: così per Verhack viene considerata in Olanda la religione. Nelle scuole cattoliche, “ben sovvenzionate e libere nelle loro scelte”, “il legame con la Chiesa istituzionale nella maggior parte dei giovani e in una parte dei docenti è quasi perduto”, e perfino nelle famiglie “i genitori stessi sono quasi imbarazzati a parlare apertamente dell’ispirazione che essi traggono dalla fede”. “Come guidare i giovani alla ricchezza della fede” e “come dare al corso di religione un ruolo più centrale nella scuola cattolica?”. Questi gli interrogativi sul tappeto. BELGIO: FORMAZIONE PERMANENTE. Nella regione fiamminga è attivo dal 2002 il progetto “Thomas” per offrire ai docenti di religione agli educatori attivi nella pastorale uno spazio di dialogo e confronto. La commissione interdiocesana per la pastorale scolastica e il segretariato fiammingo della scuola cattolica promuovono progetti di formazione permanente per i docenti delle superiori e momenti di riflessione e di ritiro. Analoghe le iniziative del Belgio francofono, ancorché nelle scuole secondarie si incontrino maggiori difficoltà che nelle primarie. GRAN BRETAGNA: LA TESTIMONIANZA. “Nelle scuole cattoliche di questo Paese – riferisce Verhack – si tenta di non confinare l’educazione religiosa al solo corso d’insegnamento della religione, ma di svilupparla attraverso l’apporto di tutte le materie”. Di qui il ruolo della “testimonianza dei valori spirituali da parte della comunità” e “l’importanza della leadership e della credibilità morale del capo d’istituto”. UNGHERIA: UN’ISTITUZIONE GIOVANE e che accoglie soprattutto allievi cattolici: questo il volto della scuola cattolica magiara. Preti o laici gli insegnanti di religione, formati nelle scuole superiori o nelle Facoltà di teologia, ma privi, sottolinea il segretario Ceec, “di formazione pedagogica o didattica”. Due ore settimanali il corso di religione, per il quale “è attualmente in preparazione una nuova serie di manuali”. ITALIA: CANTIERE DI FORMAZIONE. Con i suoi 10.957 istituti di istruzione (per un totale di oltre 650mila allievi, tra i quali più di 5mila portatori di handicap e oltre 20mila stranieri), la scuola cattolica italiana, si legge nel suddetto Rapporto, “gioca un ruolo di non poco conto nel cantiere della formazione intellettuale e nell’impegno educativo”. Per la Conferenza episcopale “il mandato missionario odierno della scuola cattolica” consiste nell'”elaborazione di un ethos civile capace di raccordarsi con i semi di umanesimo fortemente radicati in larga parte del popolo, coltivati e alimentati proprio dalla tradizione cristiana”. Sono oltre 20mila gli insegnanti di religione cattolica; una materia i cui i principali punti di forza, secondo il Rapporto, sono “la capacità di rispondere alle domande di senso a seconda del livello scolastico” e “alle problematiche morali ed esistenziali” poste “man mano che aumenta l’età degli allievi”. Anche il “dialogo interreligioso e interculturale”, inevitabile “di fronte alla presenza crescente di alunni appartenenti a religioni diverse”, può essere “una sfida positiva”. Il Rapporto presenta inoltre una fotografia degli insegnati, elaborata in base all’esame di un campione rappresentativo. Intervistati dai ricercatori i docenti hanno espresso, in particolare, “l’esigenza di una formazione approfondita, in grado di portarli alla pari con gli altri insegnanti” e di “coniugare le scienze umane con quelle teologiche”. Per quanto riguarda un giudizio sulla propria attività, è “troppo scarso – osservano in maggioranza – il numero delle ore dedicate alla materia (due alla settimana)”. Positivi, invece, “il dialogo e il rapporto con gli studenti” e “il legame con la comunità ecclesiale”. CONCLUSIONI. Formazione degli insegnanti di religione, ma anche di tutto il corpo docente, e promozione attraverso loro del dialogo tra scienza e fede; avvio di sistemi di collaborazione tra docenti, parrocchie, gruppi e comunità religiose; formazione personale dei giovani per renderli capaci di argomentazioni solide sulle proprie convinzioni religiose e formazione dei capi di istituto: queste, per Verhack, le principali azioni da intraprendere in tutti i Paesi europei. Per quanto riguarda l’Europa centrale e orientale “è urgente – afferma – che le Conferenze espiscopali costituiscano per le scuole cattoliche veri segretariati generali che prendano a cuore le difesa giuridica della libertà di insegnamento” e “rendano più ‘professionale’ la formazione degli insegnanti”. “Noi riteniamo – osserva – che, ancora troppo spesso, si consideri la secolarizzazione un’ipotesi impensabile”, mentre “la mancanza di formazione pedagogica e didattica segnalata in Ungheria potrebbe significare che anche i giovani dell’Europa centrale e orientale non sono più così ‘recettivi’ verso la religione cattolica come si poteva pensare”. Di qui, conclude Verhack, l’importanza di “stimolarli ad una vita impegnata nel servizio all’altro, nel senso della gratuità di Cristo”.