GIOVANI" "

Voglia di cercare” “

Dal 28 dicembre al 1° gennaio a Milano l’incontro di Taizé” “

“Dai giovani vengono molti segnali di speranza e tutto sembra dire che è ancora possibile far nascere dall’anonimato di una grande città un intenso messaggio di fede”: mons. Severino Pagani, delegato arcivescovile per la Pastorale giovanile della diocesi di Milano sta lavorando da lungo tempo per preparare il ventottesimo incontro dei giovani europei, promosso dalla comunità di Taizé e che tradizionalmente si tiene dal 28 dicembre al 1° gennaio in una città diversa del continente. L’appuntamento di quest’anno, il primo dopo la scomparsa (avvenuta lo scorso agosto) del fondatore della comunità ecumenica, frère Roger, si terrà a Milano. Per dar vita all’evento, che richiamerà nella città di Sant’Ambrogio almeno 50mila giovani, sono attivi da quattro mesi una decina di frati giunti dalla Francia, 3 sorelle della comunità di Sant’Andrea e 15 volontari, che hanno operato anche per creare un comitato diocesano ad hoc e specifici comitati parrocchiali. I ragazzi, infatti, saranno ospitati nelle famiglie e nelle strutture ecclesiali dell’intera diocesi, per poi ritrovarsi per gli incontri comuni (di preghiera, di conoscenza e dialogo) nella sede della vecchia Fiera campionaria della città. Frère João di Taizé, portoghese, 38 anni, alle spalle una laurea in economia, spiega al Sir il senso di questo meeting. Cosa porta i giovani ai vostri incontri di fine anno, voluti dallo stesso frère Roger quali “pellegrinaggi di fiducia sulla terra”? “Io credo che le motivazioni che spingono ragazzi e ragazze di varie nazionalità a mettersi in cammino e a condividere cinque giorni di silenzio, preghiera, reciproco ascolto e festa sono innumerevoli. Sono convinto – avendo partecipato a molti di questi raduni – che al primo posto ci sia però la voglia di cercare il senso profondo dell’esistenza. E una strada è quella della fede. Molti di questi giovani conoscono il modo di pregare di Taizé, apprezzano la dimensione contemplativa del vivere e intendono sperimentarla assieme a tanti altri coetanei”. Altre motivazioni? “In secondo luogo ricorderei l’internazionalità di questi incontri, che certo piace molto a chi ha 18, 20 o 30 anni. Si conoscono altre persone della propria età, provenienti da realtà assai diverse e nascono amicizie che durano nel tempo. Ricordo poi la dimensione della festa, che fa parte di questa esperienza e che è palpabile, sia negli appuntamenti principali, sia dove i giovani vengono accolti: nelle parrocchie, negli oratori, nelle famiglie. Molta gente ha già fatto questa esperienza, che lo scorso anno si è svolta nella mia città, Lisbona. Tanti tornano, perché ne sono rimasti affascinati, portando con sé altri amici”. Non c’è il rischio che prevalga un clima da grande kermesse internazionale, distraendo il singolo dalla preghiera? “Il pericolo c’è. Nei primi anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, tanti ragazzi dell’Est venivano a questo momento spirituale e religioso anche con intenti turistici o culturali. Volevano vedere Paesi fino ad allora sconosciuti. Negli ultimi anni questo aspetto è andato scomparendo e infatti il clima è più raccolto e tranquillo”. Ma ci sono ancora iscritti dai paesi dell’Europa orientale? “Sì, e sono numerosi. Ci saranno a Milano tanti polacchi, un gruppo nutrito di ucraini e poi rumeni e di altre nazionalità. Aspettiamo anche 300 russi”. L’incontro europeo ha una tradizione di ecumenismo, come del resto la vostra comunità, così come l’aveva voluta Roger… “È un elemento essenziale dell’eredità che ci ha lasciato il nostro fondatore, sulle cui orme vogliamo proseguire il pellegrinaggio nel segno della fiducia. La diversità confessionale è caratteristica dell’evento, è un elemento di conoscenza, di dono, che arricchisce l’iniziativa. Per tale ragione cerchiamo sempre di predisporre un semplice programma di preghiere, fondato sulla Parola e la meditazione. Poi le differenze, sia di confessione che di nazionalità, hanno occasione di emergere e sono ben accolte. La sera del 31 dicembre, fra l’altro, si svolgeranno nelle parrocchie veglie di preghiere seguite da una ‘Festa delle nazioni’ che ha anche questo scopo. Quello che comunque proponiamo noi è un ecumenismo concreto, sperimentato nel pregare assieme Dio”. I giovani che arrivano ogni volta all’incontro promosso dalla comunità di Taizé si possono definire europeisti? “Io ne ho conosciuti tanti, sia nella nostra comunità in Francia sia in giro per l’Europa. E riscontro un’attenzione agli altri, alle diversità, ma anche un spirito disponibile e aperto. Personalmente a Taizé curo l’accoglienza dei pellegrini rumeni. Mi pare che il loro atteggiamento sia mutato nell’ultimo quindicennio. Prima avevano solo il miraggio di andar via da casa, per raggiungere un Paese occidentale dove trovare lavoro e vivere in pace. Oggi vedo che è rimasta la voglia di viaggiare, di sapere, ma al contempo si fa largo la volontà di tornare nel proprio Paese per viverci, farlo crescere, migliorare la vita della gente. Anche questo è europeismo”.