UNIONE EUROPEA" "

Ne manca una” “

Dalle quattro "libertà fondamentali" è ancora esclusa quella dei servizi” “

Il mercato interno nell’Europa comunitaria appare oggi incompleto; delle quattro “libertà fondamentali” stabilite dai sei Stati fondatori quali cardine della Comunità economica europea nel 1957 – circolazione delle persone, delle merci, dei capitali, dei servizi -, una è rimasta finora sulla carta. A Bruxelles e Strasburgo si sta dunque lavorando per varare una direttiva per la liberalizzazione dei servizi che, per la Commissione, rappresentano il 70% della ricchezza prodotta nell’Ue a 25. Ma mentre tutti si dicono d’accordo sull’apertura dei mercati in realtà la normativa avanza a fatica. IL COMPLESSO ITER DELLA DIRETTIVA. Da diversi anni nelle sedi istituzionali dell’Unione è in agenda la libera circolazione dei servizi, considerata quale tassello mancante del mercato senza barriere: nel 2001 e nel 2003 il Parlamento si è pronunciato in questa direzione, parlando di “priorità assoluta”. Nel gennaio 2004 l’Esecutivo ha avanzato una proposta di direttiva, elaborata dal commissario olandese Fritz Bolkestein (da qui “direttiva Bolkestein”). Il progetto, trasmesso a Parlamento e Consiglio, deve essere approvato da questi in qualità di colegislatori. In sede parlamentare ci stanno lavorando dieci commissioni, benché sia quella del mercato interno, competente per il merito, a tirare le fila dei lavori. La stessa commissione, però, mostrando laceranti divisioni, il 4 ottobre scorso ha rinviato ogni decisione al 21-22 novembre. È quindi da prevedere che l’argomento giungerà all’Assemblea plenaria di gennaio, sotto la presidenza di turno del Consiglio Ue affidata all’Austria. PARLAMENTARI DIVISI. “La libera circolazione dei servizi è un caposaldo del mercato unico europeo”, spiega EVELYNE GEBHARDT, eurodeputata tedesca del gruppo socialista, “rapporteur” per la commissione mercato interno. “Dobbiamo superare protezionismi inutili. D’altro canto si tratta di normare un settore economico fondamentale e gravido di conseguenze concrete, basti pensare al diritto al lavoro o alla protezione dei consumatori. Una cosa è certa: il ‘no’ di francesi e olandesi alla Costituzione era legato anche a questo tema e il loro messaggio è stato chiaro, chiedendo più Europa sociale”. La Gebhardt ritiene che l’aula possa giungere a un accordo a gennaio, mentre MALCOM HARBOUR, conservatore inglese iscritto al gruppo dei popolari, appare più scettico: “Le divergenze da risolvere sono numerose. Sul principio della liberalizzazione si trovano consensi, ma è sulle modalità di giungere al risultato che le posizioni restano distanti. La crescita economica e l’occupazione sono connessi al ramo servizi, che non deve essere sottoposto a eccessive restrizioni”. PRINCIPIO DEL “PAESE D’ORIGINE”. Le questioni aperte appaiono molteplici. “La Commissione – si legge in una nota interna redatta dagli uffici del Parlamento Ue – propone di permettere alle imprese di servizi di stabilirsi più facilmente in un altro Stato membro”, con una riduzione della burocrazia e la creazione di uno “sportello unico”. “Inoltre, il progetto di direttiva è volto a favorire la prestazione temporanea e transfrontaliera dei servizi”. In base al tipo di servizi e alle progressive fasi della liberalizzazione, “la Commissione propone sia il principio del Paese d’origine, come regola generale, sia l’armonizzazione, solitamente a titolo complementare”. Secondo il principio del Paese d’origine – uno degli scogli da superare – “il prestatore è soggetto al diritto del Paese in cui è stabilito in via permanente e non al diritto dello Stato in cui è fornito il servizio”. Date le differenze (economiche, giuridiche, sociali) esistenti tra i vari Paesi, “il progetto di direttiva prevede una serie di deroghe al principio del Paese d’origine, che riguardano in particolare il diritto del lavoro: salario minimo, orario, previdenza, norme di sicurezza”. Il principio del “Paese d’origine” è sostenuto, oltre che dalla Commissione, anche dall’ala moderata dello schieramento politico a Strasburgo. La sinistra e gli ambientalisti sembrano preferire il “principio del riconoscimento reciproco” o del “Paese di destinazione”. QUALI SERVIZI ESCLUDERE? Senza entrare nel merito di complesse questioni giuridiche – sulle quali il dibattito è in corso -, occorre segnalare che un altro campo in cui manca l’accordo riguarda i tipi di servizi interessati dalla direttiva. Il dubbio non sussiste per quelli a puro carattere economico; qualche divergenza si riscontra sui “servizi di interesse generale” (salute, educazione…), che quasi tutti intendono escludere dall’ambito di applicazione; posizioni distanti sussistono sui “servizi di interesse economico generale” (fornitura di gas e acqua): qui gli orientamenti dei gruppi politici sono distanti. Sarebbero inoltre esclusi dalla direttiva i servizi già oggetto di normative particolari, quali le reti di comunicazione elettroniche o i servizi finanziari.