MEDIA E PACE" "
Una riflessione dell’associazione mondiale cattolica per le comunicazioni che a novembre si riunirà a Lione” “
Come i mass media dovrebbero parlare di guerre, terrorismo o gravi episodi di cronaca senza fomentare una cultura della violenza ma promuovendo, al contrario, una cultura di pace? Da questo delicato interrogativo prende le mosse la riflessione contenuta in una pubblicazione di Signis (Associazione mondiale cattolica per le comunicazioni), intitolata “Media per una cultura di pace”, rivolta agli operatori della comunicazione, soprattutto della radio e della televisione. Signis (Associazione mondiale cattolica per le comunicazioni) è un’organizzazione non governativa nata nel 2001 a cui aderiscono professionisti della radio, televisione, cinema, video, internet, educazione ai media, di 140 Paesi del mondo. Ha sede in Belgio, e si occupa della promozione di film e programmi televisivi, creazione di studi radiofonici e televisivi, produzione di programmi, formazione professionale. Ha statuti consultivi presso l’Unesco, il Consiglio d’Europa, l’Ecosoc ed è ufficialmente riconosciuta dalla Santa Sede. Di media e pace si parlerà anche durante il congresso mondiale 2005 di Signis che si svolgerà à Lione (Francia), dal 4 all’11 novembre. In parallelo al congresso si svolgeranno altri eventi, tra cui la conferenza pubblica sul tema “Media al servizio di una cultura di pace” (5-6 novembre), laboratori professionali sul cinema, la televisione, la radio ed internet (7-8 novembre), un Simposio sull’educazione ai media (5-8 novembre) e l’assemblea dei delegati di Signis (9-10 novembre). Maggiori informazioni su: www.signis.net Ecco alcuni pensieri e proposte tratte dalla pubblicazione su media e pace, realizzata in collaborazione con “Giustizia e pace” e Pax Christi. GUERRE E MEDIA. “La questione della pace necessariamente coinvolge i media”, che diventano “spesso istigatori di violenza piuttosto che fattori di pace”. Ecco perché impegnarsi “per sviluppare il contributo che i media audiovisivi possono dare oggi per una cultura di pace”. Durante le guerre, ad esempio, “i governi fanno immediatamente uso dei media, più sottoposti a censure, per cui ogni parte armata presenta solo le immagini che rafforzano la sua posizione”. Ma non sono solo i governi e i media ad indurre questo carattere unilaterale dell’informazione: “anche l’opinione pubblica recita la sua parte, guardando ai media per confermare la loro opinione già pre-confezionata sulla guerra”. Allora è essenziale, per una cultura di pace, dare voce alle vittime di entrambe le parti e “dare all’altro un’opportunità per parlare”. TERRORISMO, NON CEDERE AL GIOCO. Riguardo al terrorismo, si osserva nella pubblicazione, “molti Paesi tendono a limitare i diritti fondamentali e le libertà di informazione e comunicazione”. “Ma diminuire le libertà a causa del terrorismo si sottolinea è già permettere al terrorismo di vincere una battaglia”. Basta ricordare, infatti, che “senza i media il terrorismo perde la sua arma principale”: “Senza i media i terroristi non raggiungerebbero il loro principale obiettivo che è di far conoscere la loro causa agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Non potrebbero creare la paura”. Se è chiaro che “i media non possono smettere di parlare degli attacchi terroristici” perché “è essenziale che l’opinione pubblica sia correttamente informata”, d’altra parte possono però “essere attenti a come vengono riferite le situazioni e le azioni”. L’esempio dell’11 settembre è eclatante: “I media hanno giocato il gioco dei terroristi ripetendo per giorni le immagini della violenza degli attacchi che hanno sviluppato la parte emotiva dell’evento, con poca attenzione alle analisi o a porre l’evento in una prospettiva”. Altre volte i media, a causa del loro effetto “moltiplicatore”, possono peggiorare le situazioni di conflitto e violenza, come accadde in Kosovo alcuni anni fa. TV, INTERNET, RADIO: RISORSE PER LA PACE. La tendenza dei media a mettere in mostra solo “cattive notizie”, le pressioni della proprietà economica che mira al profitto e la competizione tra testate non dovrebbero far dimenticare però “che l’essere umano ha un profondo desiderio di vedere anche il bello della natura umana” e non si accontenta solo “delle sfortune degli altri”. Tra i suggerimenti che la pubblicazione propone, soprattutto al mezzo televisivo, c’è quello di “accompagnare sempre le immagini con le parole”, in quanto le “parole in sé offrono un’alternativa alla violenza”. Ma anche internet, nonostante la generale assenza di regole, può essere “una risorsa significativa per la pace”, ad esempio sostenendo quei siti di informazione alternativa che forniscono notizie non raccontate dagli altri media, soprattutto riguardo ai popoli più poveri e privi di diritti. Infine la radio, “il media del cuore”, è forse lo strumento che più si presta ad una comunicazione di pace, perché “l’ascolto predispone all’accoglienza, alla comprensione”.