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Non è un "sì" all’Europa ” “

Il referendum sulla libera circolazione dei lavoratori stranieri. Ritorno alle urne il 27 novembre” “

L’estensione della libera circolazione delle persone ai dieci ultimi Paesi entrati nell’Unione europea è stata accolta dalla popolazione elvetica con un’ampia maggioranza: oltre il 56%. L’affluenza alle urne è stata del 54%: discreta per un Paese che chiama i suoi cittadini a votare due o tre volte all’anno sui temi più disparati. Le paure della vigilia – che prevedevano un margine risicato, col rischio che gli indecisi votassero no all’ultima ora – sono svanite di colpo. I Cantoni di lingua francese e tedesca hanno risposto favorevolmente e in modo netto, mentre il Ticino – unico Cantone interamente di lingua italiana – uscendo dal coro ha rifiutato l’accordo con un chiaro 64%. Un segnale significativo da quella parte della Svizzera che vive a ridosso del confine italiano, ma assolutamente ininfluente sulle sorti del referendum. Ora si tratterà di applicare quelle norme, già in vigore per la “vecchia Europa”, che prevedono nei prossimi cinque anni la possibilità anche ai lavoratori di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Malta e Cipro di arrivare in Svizzera per offrire le proprie prestazioni. Una libera circolazione che in realtà tanto libera non sarà, visto che fino al 2011 i permessi saranno concessi con misurati contingenti annuali. Con questa clausola, infatti, si cerca di evitare un’invasione difficilmente gestibile dalla piccola Confederazione, ma anche situazioni di abuso e di dumping salariale. Diverso il discorso visto dalla parte degli imprenditori elvetici: i Paesi dell’Est si presentano come un potenziale e sterminato mercato ancora tutto da sfruttare. Ed è questo il principale motivo per il quale il mondo dell’economia e della finanza elvetica hanno sostenuto a spada tratta questo referendum al quale si erano tenacemente opposti la destra nazionalista e la marginale sinistra più radicale. Ma il risultato del voto esprime in modo chiaro anche un’altra convinzione: a differenza di quanto si possa pensare dopo questo parziale sì detto all’Europa, gli svizzeri non hanno assolutamente manifestato un’apertura maggiore verso un’eventuale ingresso nell’Unione europea. Anzi. Proprio per aver approvato ancora una volta una parte degli accordi bilaterali siglati tra Ue e Confederazione elvetica (come già due volte in un recente passato era accaduto), i cittadini svizzeri lanciano un chiarissimo segnale al loro governo: continuiamo sulla strada dei patti discussi e approvati volta per volta, su singoli temi. Va bene Schengen-Dublino, va bene la circolazione delle persone (sia pure con cautela…), ma non si parli di ingresso a pieno titolo, con tanto di moneta unica e rappresentanza in parlamento a Bruxelles. Questa è un’altra cosa, e il popolo non la vuole ancora. Ben cosciente di questo è proprio lo stesso governo, che dopo il positivo risultato referendario di domenica, ha fatto sapere per bocca del presidente Samuel Schmid, che a fine ottobre l’esecutivo terrà una seduta in clausura dedicata alla politica europea della Svizzera. E soltanto allora si deciderà se sia il caso di ritirare quella domanda d’adesione all’Ue che giace congelata nei cassetti della Commissione europea dal 1992, oppure se dimenticarla ancora una volta e aspettare tempi diversi. A spingere per il ritiro definitivo della domanda, non è questa volta soltanto la destra nazional-conservatrice di Christoph Blocher e della sua Unione democratica di centro. Ma anche uno storico partito come quello liberale-radicale, legato ai potentati economici, che hanno un approccio più cauto e pragmatico alla questione europea. Finora il governo ha sempre respinto la richiesta, ritenendo che questo passo irriterebbe inutilmente l’Unione europea. Ma intanto ha cercato di allargare le prospettive di politica estera, allontanandosi pian piano dall’obiettivo strategico dell’adesione. E con un occhio sempre più interessato guarda ai rapporti con gli Stati Uniti e con i Paesi emergenti dell’Asia, Cina in testa. Gli svizzeri torneranno alle urne il 27 novembre per pronunciarsi sulla salvaguardia degli alimenti prodotti con sostanze geneticamente manipolate e sull’apertura dei negozi “in zone di forte passaggio”.