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L’assemblea plenaria dei vescovi tedeschi” “
La Chiesa cattolica tedesca dopo il grande evento della Gmg mostra una nuova consapevolezza e una rinnovata voglia di fare. È quanto è emerso dall’assemblea plenaria dei vescovi riunitisi a Fulda tra il 19 e il 22 settembre. E accanto alle celebrazioni svoltesi per ricordare il 40° anniversario dell’epistolario di riconciliazione tra Germania e Polonia, i vescovi tedeschi guardano all’incontro di Colonia per fare il punto della situazione della Chiesa in Germania e per pensare al futuro. “Nuovi segni dei tempi”. Una panoramica sulla situazione attuale della Chiesa in Germania è stata delineata dal card. Karl Lehmann, riconfermato presidente della Conferenza episcopale tedesca, che ha dettato il suo intervento il 19 settembre su “Nuovi segni dei tempi. Criteri per analizzare la situazione della Chiesa e per guidare le azioni ecclesiali”. Il discorso di Lehmann ha affrontato la situazione, i problemi e le priorità della realtà della Chiesa cattolica tedesca nel “secolarismo imperante”. Il cardinale ha innanzitutto rilevato in generale “un ritorno alla religiosità, soprattutto in conseguenza di eventi tragici” come l’11 settembre, lo tsunami o gli attentati di Madrid e Londra: “Non voglio trarne previsioni ottimistiche e a lungo termine, ma questi eventi dimostrano comunque che nell’uomo anche se dispersa e nascosta esiste un’ultima profondità che non è scomparsa definitivamente nel clima generalizzato del secolarismo”. Questa nuova religiosità è stata annunciata dalla “nuova religiosità delle giovani generazioni, come è risultato in modo esemplare, nelle Gmg di Parigi, Roma, Toronto e Colonia”. Il documento mette tuttavia in guardia dal pericolo dell’allargamento del concetto di religione fino a “rappresentare soltanto un movimento trascendentale molto generico”. Si tratta dunque di fare attenzione ad un concetto di religiosità che “per diversi aspetti non è quasi più compatibile con la fede cristiana e soprattutto con la sua comprensione di Chiesa”. Parola d’ordine: non uniformarsi. Secondo il Presidente della conferenza episcopale, “non basta tracciare i limiti contro le forme di vita imperanti del mondo culturale secolarizzato. Ancora peggio sarebbe adattarsi”. È evidente che in questo modo non si convincono le persone. Al contrario, questo adattamento fa sì che la Chiesa perda la propria forza di attrazione nei confronti della gente. “…una Chiesa adattata alla società diventa superflua poiché offre una cosa che già esiste”. Priorità. Convivere con il pluralismo difendendo le proprie posizioni; sferrare un’offensiva “spirituale” basata sulla testimonianza diretta e personale del cristiano; riconoscimento e integrazione dei contributi di tutti gli elementi che compongono la Chiesa, pur nella distinzione fondamentale tra sacerdote e laico; vivere la Chiesa e la fede basandosi sul concetto di “prima Dio” e “prima il Vangelo”, abbandonando le tentazioni di autosufficienza nel segno del chicco che, morendo, fa nascere la pianta. Queste in estrema sintesi le priorità delineate dal documento per affrontare i tempi attuali. Una Chiesa che deve prendere coraggio nel mondo pluralistico: “Se vogliamo sopravvivere nel pluralismo, dobbiamo avere anche più coraggio nei confronti delle nostre posizioni. Se siamo veramente cattolici, ossia universali perlomeno potenzialmente e se crediamo alla nostra fede e alla nostra ragione, non ci chiuderemo in una limitatezza ottusa. Dobbiamo finalmente uscire da una situazione di un complesso di inferiorità ancora presente e non dobbiamo andar dietro a qualsiasi tendenza per dimostrare la nostra presenza di spirito”. Dal documento emerge la necessità che la Chiesa abbia il coraggio “di dare testimonianza in modo vincolante e deciso all’interno della società aperta”, poiché “solo così il Vangelo di Gesù Cristo può sviluppare la sua vera forza”. Ecumenismo. Lehmann ha poi parlato di ecumenismo: “anche nel 21mo secolo, l’ecumenismo è un dono dello Spirito. Percìò il movimento ecumenico non andrà perduto”, pur con la consapevolezza di dover affrontare “crisi e ricadute”. “Dobbiamo crescere molto di più confrontandoci con la forza dell’altro e non possiamo accontentarci del minimo comun denominatore”, si afferma. “La fede vissuta è concreta e rivela spesso nella sua realizzazione la sua intima forza. Le formule astratte non sono testimonianza vissuta. È per questo che dobbiamo maggiormente andare insieme in profondità. Una direzione generica nell’ecumenismo non basta. Dobbiamo imparare di più gli uni dagli altri, sia anche attraverso il confronto e talora con la contesa… Dobbiamo essere più aperti e osare ancora di più, ma questo solo se siamo sempre più radicati nella fede e se rimaniamo ancora più vicini a Gesù Cristo”.