Il nuovo stile comunicativo di Papa Benedetto XVI è preso in esame da un lungo commento su The Catholic Herald (02/09), a firma di Austen Ivereigh, direttore degli Affari pubblici dell’arcidiocesi di Westminster, dove è vescovo il card. Murphy-O’Connor. “ Non sono stato l’unico a sorprendermi di scoprire che, invece di un”Armata’, a Colonia è arrivato un uomo umile, quasi incerto scendendo dal battello sul Reno. Nessun crociato, qui; vi faceva piuttosto venire in mente un professore che aveva appena terminato una lezione“. Prendendo in esame l’omelia davanti al milione di giovani della spianata di Marienfield, Ivereigh sottolinea che “ essa è stata non un ‘manifesto’, nemmeno retorica preconfezionata per la tivu. È stata invece un superbo pezzo di catechismo vecchia maniera, senza timore di essere libresco, che dava ai giovani il riconoscimento di non volerli conquistare o blandire“. “ Nell’epoca della CNNo della MTV prosegue il commento ci vuole davvero ardimento per spiegare l’Eucarestia di fronte a un milione di giovani, soffermandosi sulle sfumature della parola ‘adorazione’ in greco (proskynesis, nel caso vogliate occuparvene)“. Secondo Ivereigh, “ Benedetto è un superbo concettualizzatore” e “ cade su di lui il compito di chiarire perché la Chiesa crede in ciò che crede, di mostrare che ciò che insegna ci rende davvero liberi“. Il ruolo di Benedetto XVI è radicalmente diverso da quello dei suoi predecessori, secondo Ivereigh. “ Se ne è andata la ‘città trionfante’. Quella di Benedetto è l’era del lievito nella pasta, dei piccoli gruppi vibranti di fede nelle parrocchie, dei movimenti e delle associazioni che operano come cellule sotterranee, attraendo credenti e sostenendo la vitalità di cui la Chiesa ha bisogno al di sotto della superficie“. La conclusione del commento è a tesi: “ Papa Benedetto ha uno stile ed ha anche una sua strategia. Se noi la troviamo difficile da attuare, può essere che i nostri occhi abbiano bisogno di ‘aggiustarsi’. Siamo così abituati ad aspettarci uno stendardo di crociata che garrisce al vento, che non notiamo il colpo leggero del cappuccio di un monaco“. La Francia si interroga sugli incendi di alberghi e abitazioni dove abitano soprattutto immigrati terzomondiali, dopo l’ultimo sconcertante caso di Hay-les-Roses con i suoi 16morti, dovuti a una bravata di tre ragazzette. “ L’origine criminale degli incendi scrive Dominique Quinio su La Croix del 6/9 non dispensa le autorità dall’interrogarsi sulle proprie responsabilità. Anche se le soluzioni sono complesse di quanto lascino intendere certi difensori dei disagiati“. Quinio elenca una serie di carenze, tra cui “ il numero degli appartamenti disponibili che è insufficiente e certi comuni non rispettano la quota del 20% di alloggi sociali previsti per legge“. A tutto ciò si aggiunge “ la situazione inestricabile dei richiedenti asilo, presenti in Francia da più di un mese e che non hanno il diritto di lavorare. Quando arriva una risposta negativa, questi uomini e donne, spesso genitori di ragazzi francesi, spariscono nella clandestinità, riducendosi ad occupare appartamenti insalubri e poco sicuri“. Anche le evacuazioni “ spettacolari dei poveri, motivate pur che sia da questioni di sicurezza, non risolvono niente, se non si trova in alternativa un alloggio valido”. “Più di 75 milioni di capi di abbigliamento provenienti dalla Cina sono fermi nei porti europei, aspettando che all’interno dell’Ue si prenda una posizione comune nelle negoziazioni con il Paese asiatico”: la notizia è il pretesto per una riflessione più ampia sui rapporti economici tra Cina e Unione europea nell’editoriale del quotidiano spagnolo El Paìs del 5/9. Secondo l’articolista “questa situazione riflette una doppia incapacità dell’Europa: quella di prendere atto delle conseguenze del libero commercio e quella delle istituzioni comunitarie nel facilitare la soluzioni di contenziosi come questo”. Il quotidiano spagnolo ricorda che “l’Unione europea è divisa tra i Paesi che figurano nel blocco protezionista, in testa Italia, Francia e Spagna, e quelli che non hanno una industria manifatturiera così minacciata e che possono permettersi di difendere il diritto dei consumatori a beneficiare dell’effetto favorevole sui prezzi della concorrenza internazionale”. Ad avviso dell’editorialista “la difesa ad oltranza di settori maturi, o di imprese incapaci di sopravvivere in un contesto più competitivo non è una buona politica. In primo luogo perché impedisce alle proprie imprese di adottare decisioni a favore della modernizzazione e differenziazione”. In secondo luogo , “perché chi finisce per pagare è il consumatore”. Ma anche perché “gli atteggiamenti protezionistici estremi impediscono ai Paesi meno sviluppati di godere della necessaria uguaglianza di opportunità”. ———————————————————————————————————– Sir Europa (Italiano) N.ro assoluto : 1412 N.ro relativo : 61 Data pubblicazione : 09/09/2005