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Una "vocazione" da ripensare ” “

Il ruolo della Pac nel futuro dell’Ue” “

Un settore fondamentale per l’economia comunitaria, ma anche una spugna che assorbe oltre il 40% del bilancio dell’Unione. Un importante presidio sociale e ambientale e una garanzia per i consumatori, ma anche fonte di “scandali” ricorrenti, dalle eccedenze produttive alle quote-latte, fino alla crisi della “mucca pazza”. L’agricoltura e la Pac (Politica agricola comune) sono tornate di recente al centro dell’attenzione nell’Ue, dopo lo scontro fra il presidente francese Jacques Chirac e il premier inglese Tony Blair: quest’ultimo, presidente di turno del Consiglio europeo, ha affermato che occorre ridurre il sostegno finanziario alla Pac, di cui la Francia è la massima beneficiaria, per investire in altri campi, fra i quali le infrastrutture, la ricerca e le nuove tecnologie. È realmente possibile procedere in questa direzione? E, più ancora, quale sarà il ruolo della Pac nel futuro dell’Unione? Alle domande del Sir risponde Alessandro Banterle , del Dipartimento di economia e politica agraria dell’Università degli Studi di Milano. Quale ruolo hanno giocato l’agricoltura e la Pac nell’ambito del più ampio processo di integrazione comunitaria? “Direi un compito fondamentale. Sin dagli anni ’50 i Paesi fondatori si sono impegnati a sviluppare assieme due grandi settori: quello del carbone e dell’acciaio e quello relativo all’agricoltura e attività zootecniche. Occorre ricordare che a quell’epoca l’agricoltura rappresentava ancora una parte essenziale delle economie dei singoli Stati e che ci si trovava in una complessiva situazione di deficit agro-alimentare. Dunque la costituzione di un mercato comune di questi prodotti e la via intrapresa grazie alla Pac hanno rappresentato un elemento importante per cementare gli interessi europei, anche quando sul versante politico-istituzionale la Cee era attraversata da crisi simili a quella attuale”. L’apporto dell’agricoltura al Prodotto interno lordo e all’occupazione è divenuto, con gli anni, sempre meno rilevante… “È vero. L’industria e i servizi si sono sviluppati con maggior dinamicità negli ultimi cinquant’anni. Benché occorre considerare che oggi alcuni paesi, soprattutto quelli dell’est, si basano ancora su un’economia che si affida ampiamente all’agricoltura. Di sicuro una volta raggiunta l’autosufficienza alimentare nella Cee, verso la metà degli anni ’70, è emerso il problema di una Pac che assorbiva una quota enorme del bilancio comunitario. Da importatrice di prodotti agroalimentari, la Cee era diventata esportatrice; eppure vigeva un sistema di sostegno dei prezzi che impiegava risorse crescenti, per poi assistere al fenomeno delle eccedenze produttive. Alcune correzioni apportate negli anni seguenti (fra cui le quote-latte e i plafond per le produzioni cerealicole – ndr.) non hanno portato ai risultati sperati”. Si era di fronte a un settore eccessivamente protetto? “Di protezionismo possiamo parlare in una doppia direzione: per via dei dazi sulle importazioni e per i sostegni concessi alle esportazioni. Ma più complessivamente era cambiato il quadro di riferimento: le produzioni per ettaro e per capo di bestiame si erano di molto accresciute per via dei miglioramenti tecnologici; nel frattempo la domanda si era stabilizzata”. A quel tempo la Pac sosteneva egualmente tutte le produzioni del settore? “Una preferenza è sempre stata accordata alle grandi produzioni di cereali, latte e carne; ne hanno beneficiato pure vino, olio e gli ortofrutticoli. Occorre però osservare che la Pac ha sempre mostrato una preferenza per i prodotti dell’Europa centrale rispetto a quella mediterranea. Ciò era dovuto al peso politico di Francia e Germania”. Come si arriva alla Pac dei nostri giorni? “Si assiste, dagli anni ’90 in poi, a una serie importanti di riforme che hanno pian piano modellato il settore e corretto almeno alcune distorsioni. La prima riforma è quella del commissario irlandese Ray Mac Sharry del 1992, che ha avuto il merito di impostare una nuova logica dei finanziamenti, mediante tre novità congiunte: la progressiva riduzione dei prezzi agricoli, a vantaggio dei consumatori; un sostegno per ettaro accordato alle imprese agricole, a parziale recupero della riduzione dei prezzi; un sostegno collegato all’obbligo di lasciare incolta una percentuale di superfici aziendali, così da ridurre le produzioni. Segue Agenda 2000, pensata soprattutto in vista dell’allargamento dell’Ue, ma che prevede novità di rilievo anche per la Pac, riorganizzata su due pilastri: il primo indirizzato alle politiche di mercato (che assorbe il 90% dei fondi), l’altro volto allo sviluppo rurale. Questa è una novità da sottolineare: significa che si comincia a intervenire per favorire le pratiche agricole eco-compatibili, come l’agricoltura biologica; si promuove l’imboschimento, che riduce ulteriormente le produzioni e al contempo tende a migliorare l’ambiente e il paesaggio; si offrono incentivi per gli investimenti tecnologici e i macchinari e si aiutano i giovani agricoltori. L’ultimo passaggio è la revisione di medio periodo di Agenda 2000, che porta la data del 2003, e che consiste in realtà in una vera riforma, che introduce nuovi criteri per i finanziamenti alle imprese del ramo”. Alla Pac si imputa un eccessivo protezionismo. Condivide l’accusa? “La protezione c’è. È peraltro vero che in tutti i paesi industrializzati l’agricoltura è sostenuta, in quanto settore intrinsecamente debole. Inoltre essa non ha solo una funzione economica, ma anche occupazionale, sociale, di tutela ambientale. Si può infine ricordare che l’Ue ha sottoscritto accordi preferenziali in questo campo con numerosi paesi i via di sviluppo, fra cui gli Acp (Africa, Carabi e Pacifico): si tratta di controllarne l’effettiva efficacia”. Si può veramente pensare di ridurre i finanziamenti alla Pac nei prossimi anni? “Una revisione degli investimenti nella Pac è sicuramente possibile, anche per eliminare talune evidentissime distorsioni in questo ambito. Basti pensare che alcune grandi e moderne aziende ricevono montagne di sussidi. Non possiamo nemmeno tacere il fatto che oggi la Pac riceve tanti soldi perché in realtà l’Unione non ha consolidato altre primarie politiche di spesa: se, ad esempio, la politica di difesa o quella della ricerca dovessero domani ricevere più finanziamenti, di fatto si renderebbe necessario tagliare i fondi per la Pac. Eppure, secondo me, c’è un’altra questione da non sottovalutare: in questa fase l’Unione europea si trova dinanzi a una crisi di identità che si supera solo chiarendo cosa intendano fare insieme in futuro gli Stati membri: l’Ue deve ripensare la sua ‘vocazione’, i suoi grandi obiettivi. Dopodiché sarà più semplice rivedere il ruolo della Pac e adeguare i relativi stanziamenti”.