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La prima donna francese "ordinata" prete ” “
Geneviève Beney è diventata sabato 2 luglio la prima donna francese “ordinata” prete, nel corso di una cerimonia che si è svolta su un battello sul fiume Saône a Lione e presieduta da tre donne “vescovo”. Un passo che le è costato una scomunica automatica da parte della Chiesa cattolica. L’evento ha suscitato in Francia un vivace dibattito sul ministero del sacerdozio, il ruolo e le responsabilità delle donne all’interno della Chiesa cattolica. LA CERIMONIA. Il battello ha lasciato l’imbarcadero alle cinque del pomeriggio del 2 luglio con a bordo 60 persone compreso un gruppetto di giornalisti che hanno intonato canti durante la celebrazione. Geneviève Beney ha 55 anni, è sposata ad un protestante e la coppia non ha figli. Si è diplomata nel 1980 in teologia alla facoltà di Strasburgo, prima di allontanarsi a poco a poco dalla Chiesa cattolica nella quale non “trovava il suo posto”. Dopo aver frequentato alcuni “movimenti cattolici riformatori”, ha assistito nel 2002 alla “ordinazione” di sette donne sul Danubio presieduta dall’arcivescovo argentino Romulo Braschi, membro della “Chiesa cattolica e apostolica carismatica del Cristo Re”, non riconosciuta dalla Santa Sede. Dopo un anno e mezzo di formazione via Internet, è diventata “diacono” nel 2004. Sul battello ha fatto consegnare un comunicato in cui tra l’altro si legge: “La nostra trasgressione di donne sacerdote è legittima perché è una questione che richiama la dignità umana…Poter rispondere liberamente ad una chiamata ricevuta è un diritto inalienabile”. Le tre donne “vescovo” che l’hanno “ordinata” sono di nazionalità diverse (tedesca, austriaca e sud-africana). A proposito della Chiesa cattolica affermano che “ha perso la sua filosofia originale e si è focalizzata troppo sulla sessualità. Ma è la nostra Chiesa e non si abbandona un’amica malata”. L’APPELLO DEL CARDINALE. Tre giorni prima della cerimonia, l’arcivescovo di Lione, card. PHILIPPE BARBARIN, aveva chiesto a Geneviève Beney di rinunciare al suo progetto. “Una cerimonia simile si legge in un comunicato diffuso dall’arcidiocesi costituirebbe per la Chiesa cattolica un atto grave di rottura”. L’arcivescovo tiene poi a precisare che durante la cerimonia “non ci sarà nessuna verità nelle parole pronunciate, né negli atti che saranno compiuti in quella circostanza. Per molti cattolici, sarà solo causa di ferite e sofferenze inutili”. Il comunicato si chiude con un esortazione a “salvaguardare l’unità nello Spirito”. Era anche intervenuto l’arcivescovo di Nimes mons. ROBERT WATTEBLED che in un comunicato ribadiva che “nessuna comunità cattolica può sostenere in nessun modo una simile iniziativa”. Ai due appelli ha risposto il “vescovo” sud-africano, PATRICIA FRESEN che ha presieduto la cerimonia: “L’unico modo per cambiare una legge ingiusta è violarla”. Il “movimento” conta oggi una dozzina di donne sacerdote e 65 sono in formazione. La prossima “ordinazione” sarà su un bateau-mouche tra il Canada e gli Stati Uniti. SACERDOZIO E QUESTIONE FEMMINILE. “Ha forse qualche utilità compiere all’esterno un gesto che non è possibile fare all’interno?”. Risponde così REGINE DU CHARLAT, religiosa e teologa, alla provocazione lanciata a Lione. In una lunga intervista al quotidiano “La Croix”, la teologa approfondisce le questioni sollevate e spiega: “Il ministero non è un diritto, è una missione. Certo, esiste ancora una questione femminile all’interno della Chiesa. Ma ponendo esclusivamente la questione delle donne prete, ci si allontana dall’insieme del problema” che va invece affrontato “nella maniera giusta e in modo non così passionale”. Ma come rispondere ad una donna che si sente chiamata al sacerdozio? “Un prete risponde la teologa non decide lui stesso di essere prete. Oggi si mette troppo l’accento sulla dimensione personale della vocazione. Talvolta, un vescovo dice no ad un candidato al sacerdozio. Ci si può quindi sentire chiamati, ci si può proporre al sacerdozio ma non lo so si può diventare per se stessi. Affrontare poi la questione del sacerdozio femminile a partire dall’accesso delle donne a maggiori responsabilità nella Chiesa, è confondere i piani. Il sacerdote non è colui che decide su tutto. Non è un dirigente di impresa”.