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Sono giorni gravidi di tensioni a Bruxelles e Strasburgo. L’attentato terroristico a Londra si aggiunge come lacerante richiamo al terribile nemico della pace. L’Unione europea è in panne; tutti, a parole, invocano una svolta, una ripresa, ma per il momento non si vedono vie d’uscita definite e praticabili. Agli stop alla Costituzione giunti da Parigi e Amsterdam è seguito il fallito vertice di metà giugno. Blair e Chirac si sentono autorizzati a un duello a distanza, senza esclusione di colpi, che ha quale principale oggetto la riforma del bilancio; altri leader rilasciano dichiarazioni di segno opposto sul futuro dell’allargamento e sulla politica estera. Non mancano, d’altro canto, i messaggi positivi: nei giorni scorsi il Parlamento cipriota a quello maltese hanno ratificato la stessa Costituzione che ha diviso Francia e Olanda. Il Lussemburgo, invece, ha confermato lo svolgimento del referendum, che si svolge domenica 10 luglio. Grecia e Turchia, invece, sono tornate a dialogare e ciò lascia ben sperare per una prossima soluzione della storica divisione dell’isola di Cipro ma anche per l’avvio dei negoziati di adesione del paese eurasiatico. In tale contesto, i temi più delicati sul tavolo sono almeno quattro. Il primo è il futuro del Trattato costituzionale. Per entrare in vigore il testo deve avere l’avallo di tutti gli Stati membri e per ora i via libera sono a quota 12. Come e quando riprendere le procedure di ratifica? Ma, soprattutto, come far decollare un serio e ampio dibattito a livello continentale, per spiegare ai cittadini che senza la Costituzione l’integrazione comunitaria non può proseguire? Il secondo argomento scottante è il bilancio. Non esiste a tutt’oggi un accordo sui conti per i prossimi anni. È necessario giungere a un compromesso, dal quale però emergeranno alcune linee di sviluppo dell’Europa di domani, a seconda che si darà più peso alla politica agricola piuttosto che alla ricerca, che si sostengano le regioni meno sviluppate e le economie dei nuovi paesi membri oppure no. In questo caso, in realtà, è in discussione il principio di solidarietà, che ha sinora presieduto alla costruzione della “casa comune”. Qui s’inserisce il terzo “nodo”, relativo al tipo di “Europa sociale” che si vuole costruire: la Strategia di Lisbona, pensata cinque anni or sono per coniugare competitività economica e coesione sociale, è rimasta al palo: i governi ci credono ancora? Infine quarto tema si avvicina la data di avvio delle trattative per l’ingresso di Ankara nell’Ue (3 ottobre). C’è da attendersi che la questione, a partire da settembre, porterà ulteriore agitazione negli ambienti comunitari. In questo bailamme, il nuovo presidente di turno del Consiglio, l’inglese Tony Blair, ha prospettato la convocazione di un summit informale tra i leader europei per stabilire “quale direzione debba prendere l’Europa in futuro”. Per ora è solo una vaga proposta, che ha però il pregio di viaggiare sulla giusta strada: nel suo programma semestrale, Blair ha infatti affermato di voler rilanciare l’Unione e ciò sarà possibile solo chiarendo i grandi obiettivi che s’intendono raggiungere, ma anche le strategie concrete per perseguirli.