libertà religiosa" "
Il Rapporto 2005 edito ” “da "Aiuto alla Chiesa che soffre" (Acs) ” “” “
Episodi di “intolleranza etnico-religiosa”, difficili rapporti tra governi nazionali e chiese, nuove “spinte laiciste”; ma anche esempi positivi di convivenza tra fedi differenti e coraggiosi “interventi legislativi a tutela della libertà di culto”. Il “Rapporto 2005 sulla libertà religiosa nel mondo”, realizzato dall’opera di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) e presentato a Roma il 30 giugno, fotografa una situazione in chiaroscuro a livello planetario e anche in Europa si segnalano molteplici realtà problematiche. Ateismo, secolarismo, tensioni sociali. “Non si è esaurita, nemmeno a 15 anni dal crollo dell’impero social-comunista sovietico, la spinta propulsiva dell’ateismo. Tra i casi emblematici, la Bielorussia dove lo stretto controllo statale su ogni espressione di culto, tende a soffocare il sentimento religioso della popolazione”. Il Rapporto 2005 prende in considerazione una vasta gamma di “indici” della libertà di culto e segnala, paese per paese, le nuove leggi in materia, gli eventuali contrasti socio-religiosi, i passi avanti registrati sul piano della convivenza e del reciproco rispetto tra le comunità religiose. Non mancano segnalazioni di “persecuzioni di tipo amministrativo”; in altri casi, invece, “l’intolleranza assume toni nazionalistici, come in Russia, dove prevalgono gli ostacoli burocratici, pur in una situazione che vede il miglioramento delle relazioni ecumeniche tra la Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica”. L’ampio studio firmato da Acs annota, sempre per l’Europa, che “con l’avvicendarsi di nuove classi dirigenti che sostituiscono le vecchie nomenklature filosovietiche, sembrano aprirsi maggiori spazi alla libertà religiosa, come sta accadendo sia pur timidamente in Georgia”. Forti tensioni permangono nei Balcani tra cristiani e musulmani, mentre “progredisce con molta lentezza in Turchia l’abbandono del secolarismo repubblicano, senza che sia prevista una vera svolta che potrebbe avvenire con il riconoscimento giuridico delle comunità religiose cristiane”. Simboli religiosi: il caso francese. Secondo gli esperti di Acs, “una nuova ondata laicista si è scatenata in Francia, con l’approvazione e l’attuazione di una legge che impedisce di indossare simboli religiosi nelle scuole”, mentre in Germania, con varie disposizioni locali o regionali, “si persegue lo stesso fine”. Stando al Rapporto, tali provvedimenti, “concepiti per contrastare l’emergere del fondamentalismo islamico, non sembrano dimostrarsi efficaci, come non lo sono nemmeno altri modelli di convivenza fondati sul multiculturalismo, in Olanda e nel Regno Unito”, dove registrano periodiche esplosioni di violenza, che coinvolgono soprattutto le comunità musulmane. A proposito della Francia, in un quadro “di generale tranquillità delle relazioni interreligiose e della sostanziale libertà di culto garantita dalla Costituzione”, viene segnalato “un atteggiamento di separazione attiva o laicista da parte della Repubblica nei confronti dei gruppi e delle manifestazioni religiose”. Infatti alla legge About-Picard del 2001, che introduceva limitazioni al diritto di associazione per fini religiosi in presenza di abusi di diverso genere (normativa censurata dal Consiglio d’Europa), si è aggiunta nel corso del 2004 la legge sull’utilizzo pubblico nelle scuole dei simboli religiosi. “Reazioni negative sono venute un po’ da tutte le comunità si legge nel Rapporto – : dai cattolici, dai musulmani (la religione maggiormente nel mirino della legge) e dai sikh indiani, in virtù del loro obbligo d’indossare sempre il turbante”. Spagna: drastici cambiamenti. Un caso a sé rappresenta la Spagna, dove “il quadro di rapporti armonici fra Chiesa cattolica e governo ha subito un drastico cambiamento dopo la vittoria elettorale del Partito socialista del 14 marzo. Il capo del governo, Luis Rodriguez Zapatero, ha iniziato a realizzare le promesse elettorali concernenti la famiglia, il diritto alla vita e le unioni omosessuali”. Secondo Acs, “l’atteggiamento dei vescovi è reattivo, ma, anche nella nuova situazione, rimane improntato alla ricerca del dialogo”. Il governo di Madrid “non ha permesso che l’insegnamento della religione cattolica fosse obbligatorio”, modificando la normativa varata dal precedente esecutivo. “Nei confronti delle comunità musulmane l’atteggiamento del governo è più aperto e disposto a concessioni, come ad esempio il riconoscimento dell’insegnamento della religione islamica nelle scuole pubbliche”. Cresce l’intolleranza etnico-religiosa. I mass media hanno segnalato negli ultimi mesi al grande pubblico numerosi episodi di intolleranza etnico-religiosa, soprattutto di matrice antisemita, ma rivolti anche contro cristiani o musulmani. Vasta eco ha avuto l’impressionante serie di attentati in Olanda. “A far esplodere le tensioni è stata la morte del regista Theo Van Gogh, ucciso ad Amsterdam dal fondamentalista islamico Mohammed Bouyeri il 2 novembre, cui è seguito il giorno successivo uno scontro a fuoco tra la polizia e un gruppo di terroristi islamici all’Aja”. Si sono quindi avuti, nel giro di poco tempo, gli incendi dolosi della moschea di Utrecht, al centro islamico di Breda e alla moschea Mevlana di Rotterdam, “città dove è stato ritrovato anche un pamphlet contenente minacce contro i musulmani”. “Gradualmente la tensione si è allentata, sebbene gli osservatori temono che anche un singolo caso di violenza potrebbe generare manifestazioni estremistiche di intolleranza”. Fenomeni meno appariscenti, ma indicativi delle medesime tensioni, si sono verificati in Polonia, Gran Bretagna, Ungheria. Cipro e Balcani, regioni a rischio. L’isola di Cipro e la regione balcanica sono invece al centro di perduranti fenomeni di scontri etnici e politici che si ripercuotono puntualmente sulla libertà religiosa dell’intera popolazione. A Cipro appare per ora senza soluzione la divisione dell’isola tra parte greco-cipriota (più ampia, con oltre l’80% dei cittadini) e turco-cipriota, non riconosciuta dalla comunità internazionale. In proposito, nel Rapporto si legge: “Per quanto concerne le confessioni religiose cristiane, in questi trent’anni di occupazione 68 delle 82 chiese sono state trasformate in moschee, come accaduto alla cattedrale di San Nicola, a Famagosta, oppure sono state distrutte per sradicare l’identità religiosa del Paese”. Problemi non dissimili si evidenziano in tutta l’ex-Jugoslavia. Emblematico il caso della Bosnia-Erzegovina, dove “persiste l’intolleranza religiosa che riflette direttamente l’intolleranza etnica”. Sul territorio nazionale convivono una maggioranza islamicabosniaca (40% della popolazione) e le minoranze serba-ortodossa (31%) e croata-cattolica (15%). “Se fino al XIX secolo la maggior parte dei cittadini si autoidentificava in base all’appartenenza religiosa, con l’ascesa del nazionalismo balcanico il paese ha iniziato a identificarsi in termini etnico-religiosi, tendenza aumentata durante l’era comunista, quando il regime disincentivava l’appartenenza religiosa” e la maggior parte della popolazione si riconosceva “in base al gruppo etnico di appartenenza o semplicemente come ‘jugoslava’. Dopo l’indipendenza e la guerra, l’elemento religioso è riaffiorato, motivo per cui religiosi e membri del clero cristiano o islamico sono spesso vittime di vendette, rappresaglie e atti di violenza scatenati da fattori etnici”. Medesime tensioni, talvolta accentuate dalla prevalenza di un gruppo etnico o di una confessione religiosa sulle altre, si verificano pure in Serbia-Montenegro, nel Kosovo, in Macedonia e in Slovenia. La Turchia rimane “sotto osservazione”. Se in Lituania è emerso con prepotenza il problema delle “sette”, in altri paesi sono in corso trattative per la restituzione di beni ecclesiastici confiscati da governi precedenti (ad esempio in Georgia, Romania, Turchia e Ucraina). Altrettanto delicate, anche perché intersecano i rapporti tra politica e religione, le questioni segnalate per due Stati: Bielorussia e Turchia. Nel primo caso, al centro dell’attenzione è il “forte controllo che le autorità governative mantengono sui gruppi religiosi minoritari”. La Turchia d’altro canto è “sotto osservazione” in tutta Europa in vista della prossima apertura dei negoziati per l’adesione all’Ue, prevista per il 3 ottobre. Nel Rapporto sulle libertà religiose, si legge che recenti riforme costituzionali “hanno modificato l’assetto giuridico della Turchia, rimuovendo i tribunali speciali e ogni riferimento costituzionale alla pena di morte, introducendo esplicitamente l’affermazione del principio di eguaglianza tra uomo e donna”. Rimane però “del tutto insoddisfacente il livello di rispetto delle minoranze religiose. Ai cristiani è di fatto impedito l’accesso a ruoli istituzionali civili o militari, la possibilità di costruire chiese è praticamente nulla e, nonostante la laicità della costituzione, le comunità non hanno riconoscimento civile e non possono pertanto possedere nulla”. Il primo ministro Recep Tayyp Erdogan ha ricevuto i vescovi cattolici del Paese, “che hanno avanzato due richieste: il riconoscimento giuridico della Chiesa e la formazione di una commissione mista che prepari e metta in esecuzione il futuro statuto giuridico”. Nuovi accordi tra Stati e Chiese. La ricerca di Aiuto alla Chiesa che soffre segnala inoltre una serie di casi in cui si sono registrate altre novità nei rapporti tra Stato e Chiesa, taluni in senso migliorativo e altri in senso contrario rispetto al tema della libertà religiosa. In questo elenco ricadono a vario titolo Belgio, Grecia, Portogallo, Serbia, Slovacchia, Svizzera e Ucraina con numerose tematiche in primo piano: il riconoscimento e la tutela delle minoranze (specialmente islamiche o, come in Armenia, per i Testimoni di Geova), la possibilità di edificare luoghi di culto, l’introduzione dell’educazione religiosa nelle scuole pubbliche, l’introduzione di misure previdenziali o assistenziali per i ministri del culto, la definizione di forme di concordato fra Stato e Chiesa, come avvenuto in Portogallo nel 2004. “Con tale accordo si legge nel Rapporto – la Conferenza episcopale portoghese riceve un riconoscimento giuridico e la Chiesa ottiene il riconoscimento della piena libertà di religione, culto, ministero ed evangelizzazione, divenendo beneficiaria del 5 per mille delle imposte sui redditi che i cittadini vorranno destinarle ogni anno”.