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L’Europa non può fermarsi ai due no alla Costituzione
Un ritrovato clima di confronto, alcune novità promettenti e una conferma di segno negativo: il primo bilancio del summit del 15 e 16 giugno consente di fare il punto sul processo di integrazione comunitaria.Anzitutto va riconosciuto che nei corridoi del palazzo Justus Lipsius, sede del Consiglio europeo a Bruxelles, si avvertiva nei giorni scorsi un prudente clima di fiducia per il futuro dell’Unione. Dopo un anno trascorso a leccarsi le ferite inferte dal doppio “no” francese e olandese alla Costituzione, i 25 hanno forse capito che immobilismo e afasìa non aiuteranno il cammino verso l’Europa “unita nella diversità”. I capi di Stato di governo devono essersi resi conto che i cittadini si attendono risposte chiare in merito alla democraticità e trasparenza dell’Ue, alla sua solidità interna (istituzionale, politica, finanziaria), alla sua “statura internazionale”. Questo stesso clima ha consentito un dialogo franco, talvolta aspro, tra i governi degli Stati membri, che ha infine portato a quattro decisioni di un certo rilievo.La prima riguarda la conferma del processo costituzionale. Nessun leader si è schierato contro la necessità di dare una Carta fondamentale a un’Europa tanto vasta dal punto di vista geografico, demografico e delle competenze politico-istituzionali. Dunque l’Ue ha bisogno di una Costituzione. Entro la fine del 2008 il Consiglio europeo assumerà una decisione definitiva sulle modalità e i tempi di ratifica, per poi passare all’entrata in vigore del testo firmato a Roma il 29 ottobre 2004.La seconda decisione è relativa alla cosiddetta “politica del doppio binario”. “Inauguriamo oggi una politica del doppio binario – ha spiegato, soddisfatto, il cancelliere austriaco Wolfgang Schüssel, presidente di turno del Consiglio -: da una parte l’impegno per definire il quadro istituzionale Ue, compreso il capitolo fondamentale della Costituzione; dall’altra parte, superiamo la pausa di riflessione ed entriamo in quella dei progetti e dei risultati concreti”, per venire incontro ai cittadini, “alle loro esigenze quotidiane, alle preoccupazioni espresse dall’opinione pubblica sul futuro dell’Europa”. Come si dice: più fatti, meno parole.Terzo punto: i leader si sono dati appuntamento a Berlino il 25 marzo 2007, a cinquant’anni dalla firma dei Trattati istitutivi Cee, per una “dichiarazione solenne” che “valorizzi il cammino di pace e sviluppo compiuto assieme in mezzo secolo e che prefiguri il nostro cammino comune” di domani. Una sorta di “credo europeista”, messo nero su bianco per fugare eventuali dubbi in materia.Quarta acquisizione: il processo d’allargamento è confermato. Porte aperte a tutti i Paesi geograficamente e culturalmente europei, che condividano valori e obiettivi dell’Unione. Senza però trascurare la “capacità di assorbimento” dell’Ue stessa. Ovvero, si procede con cautela, per evitare che il gigante europeo non abbia fondamenta sufficientemente solide per stare in piedi.Resta, infine, la nota contraddittoria. I 25 hanno infatti ribadito di credere nella Costituzione; ma mentre qualcuno vorrebbe terminologicamente derubricarla a “trattato”, all’unanimità hanno scelto – come si diceva – di posticipare ogni decisione a fine 2008: ossia dopo le elezioni presidenziali francesi, dopo le legislative olandesi e alla luce di qualche altro nuovo assetto politico dei Paesi aderenti. In questo modo l’Europa comunitaria rimane legata a doppio filo alle vicende interne degli Stati ed esposta ai nazionalismi di ritorno dei leader pro tempore .