AIUTO ALLO SVILUPPO
Gran Bretagna prima in Europa in tema di cooperazione internazionale
E’ la Gran Bretagna il modello più esemplare di cooperazione internazionale in Europa, seguita da Germania, Olanda e Spagna. L’Unione europea è il “donatore più importante”, anche se le risorse vengono destinate maggiormente ai Paesi a medio reddito piuttosto che a quelli più poveri. L’Italia, al contrario, soffre in quest’ambito di “immobilismo” e “forte crisi”, da cui uscire solo con una riforma globale della cooperazione allo sviluppo. E’ quanto emerge da una ricerca commissionata dal Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo – ong legata ai salesiani) al Cespi (Centro studi di politica internazionale) e presentata il 21 giugno a Roma, uno studio che compara i modelli organizzativi di sei Paesi europei: Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda, Spagna e Danimarca. Uno sguardo viene dato anche alla cooperazione promossa dalla Commissione europea. I sei Paesi, secondo la ricerca, sono “tradizionalmente molto generosi”. “Non si tratta solo di reperire nuove risorse – ha affermato ANTONIO RAIMONDI , presidente del Vis – ma di riformare la macchina della cooperazione italiana e dotarla di una propria dignità politica, disgiunta dalle scelte di politiche estera. Si tratta di passare da impegno opzionale delle azioni di governo a vero e proprio attore di rango istituzionale, anche con la creazione di un Ministero per la lotta alla povertà e alla solidarietà internazionale”. Sono quattro gli aspetti indagati dalla ricerca: risorse finanziarie, priorità ed obiettivi, organizzazione ed attori. I MIGLIORI ESEMPI. Dalla ricerca emerge che Olanda e Danimarca sono “gli unici Paesi, tra quelli considerati, che rispettano l’impegno internazionale di destinare lo 0,7% del reddito nazionale lordo all’aiuto allo sviluppo entro il 2015”, ha precisato MARCO ZUPI , vicedirettore del Cespi. “Gran Bretagna e Germania, tra i sei Paesi considerati, sono quelli che hanno prodotto gli sforzi maggiori per adattare ai nuovi obiettivi strategici il loro sistema di gestione degli aiuti”. Tra i sei Stati presi in considerazione Francia, Germania e Gran Bretagna sono i donatori più forti in termini assoluti, con erogazioni annuali di aiuto pubblico allo sviluppo tra i 4 e i 7 miliardi di dollari negli ultimi 4 anni. Subito dopo viene l’Olanda. A livello organizzativo è la Gran Bretagna ad avere il modello più significativo, con il Dipartimento per lo sviluppo internazionale, che ha rango ministeriale ed esprime la sua leadership politica attraverso un Segretario di Stato per la cooperazione. Dal 1997 è una istituzione autonoma completamente staccata dalle scelte di politica estera. IL RUOLO DELLE ONG . Riguardo al ruolo e al peso delle ong rispetto alle politiche nazionali e al grado di dialogo con i governi, la ricerca evidenzia un rafforzamento del dialogo in Francia e Spagna e un indebolimento in Danimarca e Paesi Bassi. Sullo scenario europeo hanno un ruolo predominante le grandi ong britanniche, che guidano e ispirano le attività di tutela dei diritti ( advocacy ), mentre minore influenza hanno le ong danesi e olandesi. Emerge però lentamente un maggiore protagonismo di quelle francesi e spagnole. L’UNIONE EUROPEA . Il processo decisionale, all’interno dell’Ue, è molto complesso, “a maggior ragione per la cooperazione allo sviluppo”, fa notare la ricerca. “Se da un lato la Commissione europea è responsabile della formulazione e dell’esecuzione della politica di sviluppo dell’Ue – si legge -, dall’altro il Consiglio europeo adotta le politiche ed è l’organo di governo più elevato nell’ambito dell’Unione”. L’Ue è comunque uno dei pochi donatori ad avere un programma globale. La Convenzione si Cotonou, i programmi Ala, Meda, Tacis e Phare sono esempio di questo ruolo crescente dell’Europa nell’aiuto allo sviluppo, con iniziative e progetti in tutto il mondo. “Numerosi sono i Paesi a medio reddito che ricevono aiuti – osserva la ricerca – mentre sono diminuiti gli aiuti verso i Paesi Acp (Africa, Caraibi e America Latina)”. Lo studio del Vis-Cespi denuncia però “un allontanamento dai Paesi più poveri e urge un ripensamento del ruolo dell’Europa nella cooperazione allo sviluppo riguardo al focus generale e regionale dei programmi. Gli obiettivi sono ormai troppo generici e non abbastanza specifici e coerenti”. In sintesi: “L’Unione europea è divenuta il donatore più importante, ma da un punto di vista organizzativo deve ancora percorrere molta strada per raggiungere lo status che la distingue per quanto concerne le risorse di cui dispone. La deconcentrazione e la decentralizzazione delle mansioni già in atto – suggerisce la ricerca – potrebbero costituire un cambiamento importante in questo senso”.