RELIGIONE POPOLARE

Le strade del Vangelo

Nei giorni scorsi a Graz il congresso dell’équipe europea di catechesi

Per il futuro del cristianesimo in Europa occorrerà “un maggiore coinvolgimento del popolo di Dio nella comprensione del proprio futuro”, e quindi “un maggiore equilibrio tra le guide della comunità e i fedeli laici” in una prassi di vera corresponsabilità e di “rinnovata interpretazione di appartenenza”. E’ quanto emerso dal congresso dell’ Équipe europea di catechesi che si è svolto nei giorni scorsi a Graz (in Austria) ed ha affrontato il rapporto fra catechesi e religione popolare. Alcuni dati: nel continente gli europei che si considerano cristiani sono il 34%, a fronte di un 35% che si definisce “in ricerca”, un 20% di atei e un 11% che si riconosce in forme di religiosità privata. L’Équipe, che raduna da oltre cinquant’anni i catecheti europei, ha segnato, ancorché in modo informale, l’aggiornamento catechetico antecedente e conseguente al Concilio Vaticano II. QUATTRO FORME DI SPIRITUALITA’. Per il pastoralista di Vienna PAUL ZULEHNER, oggi in Europa si assiste “ad una rinnovata richiesta di spiritualità” che si articola in quattro diverse forme. “La spiritualità trasformata o assimilata al mercato”, che consiste nell’utilizzo da parte della pubblicità dei simboli religiosi; la “spiritualità ricercata dai poteri politici” allo scopo di “realizzare nuove forme di contratto sociale e di civil religion”; la spiritualità che si esprime in percorsi individuali (finalizzata per lo più alla consolazione e gratificazione personale) e, infine, la cosiddetta “spiritualità di ricerca e conversione personale” che intende il Vangelo come orientamento della persona e della vita. Se la terza prospettiva, ha osservato Zulehner, “può costituire una base per l’evangelizzazione, per il futuro del cristianesimo la pastorale deve essere capace di assumere con decisione la categoria della spiritualità come conversione”. RELIGIOSITA’ POPOLARE. L’invito a superare “la contrapposizione classica tra religione popolare come espressione propria di classi subalterne e oppresse contrapposte alla élite dei ceti dominanti” è stato rivolto dall’italiano ENZO BIEMMI, direttore dell’Istituto superiore di Scienze religiose di Verona. Il religioso popolare – ha precisato Biemmi – è trasversale”, dunque “al tempo stesso popolare e non popolare”. Di qui la proposta di guardare alla religione popolare come al “prodotto dell’interazione fra i tre soggetti implicati: il popolare, il dotto, l’istituzione”. Tratto principale della religione popolare, ha osservato ancora il pastoralista, “l’esigenza di semplicità di fronte alla complessità culturale” di oggi. Di fronte all’interrogativo se essa “esprima la fede in Cristo e come tale professione si caratterizzi”, Biemmi rimarca che la religione popolare “ricorda alla teologia che la fede si esprime secondo un polo oggettivo e uno soggettivo” e che “il sentire Dio è importante come il capire Dio”. Evangelizzare e lasciarsi evangelizzare: in questa reciprocità, secondo il relatore, “si può affermare un cristianesimo popolare che permetta a tutti di poter vivere una fede culturalmente abitabile ed esistenzialmente vitale”. REINTERPRETARE I BISOGNI RELIGIOSI. Anche per l’esperto di catechetica P.JAQUET (Losanna), “la catechesi futura favorirà la nascita di un nuovo cristianesimo popolare se saprà ripensarsi alla luce del primato di Dio”, se sarà propositiva “nei confronti della fatica di vivere degli uomini di oggi, se saprà “sviluppare legami con la comunità parrocchiale e di zona” mettendo “in relazione le persone con Dio”. Sul tema interviene, dalle colonne dell’ultimo numero del settimanale italiano di attualità pastorale “Settimana”, LUCIANO MEDDI , precisando che la questione non è “se sia necessaria una pastorale per la religione popolare, ma quali debbano essere gli obiettivi da perseguire”. Poiché “si è spesso confuso l’evangelizzare la religione popolare con il mantenere o il far ritornare nell’area cattolica forme di esperienza religiosa che non necessariamente”, per Meddi “sarebbe preferibile parlare della religione popolare nei termini di aiuto alla reinterpretazione dei bisogni religiosi con lo scopo di coscientizzare che ne fa uso circa le proprie aspirazioni personali e sociali”. “Forse – aggiunge – si potrebbe parlare di nascita di forme di pluralismo religioso anche in Europa”. “In ogni caso – è la conclusione di Meddi – sia la religione popolare che una riflessione ulteriore sulla dimensione popolare dell’esperienza cristiana non possono dimenticare le figure della popolarità descritta nei Vangeli. Molti – rammenta – si sono avvicinati con libertà a Gesù… la comunità accoglie tutti e si mette a loro servizio ma rimane composta di discepoli e apostoli”.