LITURGIA

La tela e l’autoritratto

Convegno a Bose (Italia) sull’orientamento della preghiera

La recente pubblicazione del saggio ‘Rivolti al Signore. L’orientamento della preghiera liturgica’, scritto da Uwe Michael Lang, membro della congregazione dell’Oratorio a Londra, ha riportato il tema all’attenzione di liturgisti e teologi. Se ne è parlato al convegno internazionale “Lo spazio liturgico e il suo orientamento”, svoltosi ai primi di giugno presso il monastero di Bose (Italia), quarto appuntamento di un progetto per l’approfondimento del rapporto tra liturgia e architettura, iniziato da alcuni anni in collaborazione con l’Ufficio nazionale per i beni culturali della Conferenza episcopale italiana (Cei). Il convegno è stato l’occasione per presentare lo stato del dibattito, oltre che nella chiesa cattolica, in quella cristiana orientale e riformata. ORIENTE E OCCIDENTE. “Nella tarda antichità – ha spiegato il gesuita ROBERT TAFT , docente onorario del Pontificio Istituto orientale di Roma – cioè nell’epoca tra la Pax costantiniana (312/13 d.C.) e il medioevo, l’assemblea domestica del tempo delle persecuzioni si trasforma in un edificio cristiano pensato per il culto. Alcuni tratti generali erano più o meno comuni a quasi tutte le primitive basiliche cristiane in oriente e occidente”. Tra essi: “La chiesa era un luogo di assemblea: non un tempio che offriva una dimora a Dio, ma il domus ecclesiae , una casa per la comunità cristiana. Quest’ultima era il nuovo tempio vivente di Dio e sostituiva il tempio dell’Antica Legge”; inoltre: “L’edificio era normalmente posizionato in modo che il popolo pregasse rivolto a oriente; per la Parola e il Sacramento erano previsti spazi separati e di uguale monumentalità, connessi da una passerella recintata, per facilitare il passaggio tra di loro”. “Le barriere che separavano questi spazi dal resto della navata – ha aggiunto Taft – servivano a trattenere la folla: non avevano nessuna funzione di nascondimento o significato simbolico particolare”. Intorno al terzo secolo: “quando il cristianesimo aveva già consolidato un’identità propria distinta dal giudaismo e non sentiva più il bisogno di opporsi a tendenze giudaizzanti insistendo sulla discontinuità rispetto al tempio e al sacerdozio dell’Antica Alleanza, nell’oriente cristiano avvenne che il santuario si trasformò gradualmente in una sancta sanctorum cinta di mura come quella del Tempio di Gerusalemme, non solo rinchiusa ma anche nascosta”. AI GIORNI NOSTRI. “Certi autori ortodossi moderni in Occidente – ha rilevato Taft – hanno criticato l’iconostasi, dicendo che nasconde la liturgia ai fedeli, e alcuni riformatori hanno proposto di abolirla”. Non esistono, però: “Prove certe che sia stato il santuario recintato o l’iconostasi a creare questa distanza tra il popolo e la liturgia”, sebbene non si possa dubitare che: “La scomparsa dell’ambone monumentale dal centro della navata, la riduzione delle processioni popolari a giri rituali sul bema , e il ritirarsi dell’azione liturgica dentro il santuario recintato abbiano avuto un effetto deleterio sulla partecipazione popolare”. Riguardo all’orientamento: “Ciò che é decisivo é il fatto di pregare rivolti verso l’altare e verso le immagini iconografiche nell’abside del santuario, ma la direzione verso cui l’altare si rivolge sembra indifferente”. “Quanto al futuro – ha concluso Taft – chiunque abbia visto in televisione lo storico viaggio del papa Giovanni Paolo II in Romania, avrà sicuramente notato che la Divina Liturgia ortodossa patriarcale é stata celebrata versus populum” . Trasmettere Messaggi eloquenti. “La Chiesa d’Inghilterra – ha affermato RICHARD GILES , decano dell’Episcopalian Cathedral di Philadelphia – si muove, più che in altri Paesi, in un clima culturale di indifferenza e ostilità. Solo il 5% degli inglesi partecipa alla liturgia”. Ne consegue che: “L’adeguamento liturgico non ha solo un carattere estetico, ma evangelico, per ridire l’Annuncio ad un mondo disperato ma sazio”. In questa ottica: “Uno stile di bellezza semplice e sobria – contrapposto al gusto del ‘pittoresco’ che caratterizza la chiesa episcopaliana – si addice al popolo di Dio che riscopre le proprie origini e la propria identità. Adeguare gli spazi di un edificio di culto, diventa non solo un motivo di gioia e fierezza, ma uno strumento per rafforzare la vita comunitaria e la condizione per poter estendere ad altri l’invito a partecipare, in una prospettiva missionaria”. E’ quanto avvenuto, ad esempio, con la ristrutturazione, nel Regno Unito, della chiesa di S. Thomas a Huddersfield, in una delle zone più povere della diocesi, segnata dagli scontri razziali degli anni ’80: “Elaborare la vocazione della chiesa in un mondo che cambia – ha sottolineato Giles -, significa anche educare le persone affinché l’edificio di culto non sia un ostacolo alla speranza della comunità: per questo è sembrato giusto dare ai simboli cristiani un carattere meno vistoso, nel rispetto di un territorio con una massiccia presenza di immigrati”. A Mosley, sempre nel Regno Unito, l’adeguamento ha avuto l’obiettivo di: “Salvare una chiesa che stava morendo a causa di uno spazio poco adatto. Il coinvolgimento della comunità è avvenuto secondo lo spirito di partecipare a una nuova avventura dell’annuncio evangelico, superando immobilità e rassegnazione”. “Perché – ha concluso Giles – lo spazio liturgico è la tela sulla quale la Chiesa dipinge il suo autoritratto: esso trasmette messaggi eloquenti su ciò che siamo e da dove veniamo”.