La notizia della morte di Abu Musab Al Zarqawi, il terrorista di origini giordane considerato il capo di Al Qaeda in Iraq e il luogotenente di Osama Bin Laden, avvenuta nel corso di un attacco aereo Usa a Baquba, 65 chilometri a Nord di Bagdad, il 7 giugno sera e resa nota il giorno dopo dal premier iracheno, lo sciita Nouri al-Maliki, ha subito occupato le pagine web dei principali quotidiani europei dell’8 giugno. Schede, foto, video, biografie, commenti fino alla diretta delle notizie dall’Iraq e ai forum dei lettori, tutto quello che c’è da sapere sul super-terrorista, autore di decine di attentati e violenze incredibili. “Al Zarqawi disattivato” titola la tedesca Frankfurter Allgemeine Zeitung che in una biografia ricorda la vita del “combattente di Dio e terrorista di spicco” . “Al-Zarqawi è morto” , scrive Die Welt . “Il capo dei terroristi Zarqawi ucciso in un attacco aereo” , annuncia Der Spiegel . “Oggi è stato eliminato Al-Zarqawi” titola la Süddeutsche Zeitung online, citando la dichiarazione del capo del governo iracheno, al-Maliki. Titoli simili anche in Francia. “Il capo di Al Qaeda in Iraq, Al Zarqawi, è stato ucciso” titola il francese Le Monde che rilancia anche un commento, già pubblicato il 2 maggio, sull’uomo più ricercato in Iraq: “Alcuni lo consideravano un’invenzione degli americani per giustificare la oro presenza nel paese dei due fiumi, altri lo reputavano ferito gravemente e accerchiato dai gruppi della resistenza irachena stanchi di essere considerati barbari a causa delle violenze perpetrate dal terrorista. Salvo poi apparire, in buona forma, in un video del 26 aprile”. Quello stesso video che secondo l’italiano Corriere.it, il web del quotidiano Corriere della Sera , ha aiutato “gli 007 Usa, iracheni e giordani a localizzarlo” . “ L’uccisione di Abu Musab Al Zarkawi, oltre a mettere fine alla carriera sanguinaria di un terrorista, rappresenta – si legge – una iniezione di fiducia per le autorità di Bagdad e la coalizione. Un segnale di riscossa dopo mesi di duri colpi subiti per mano della guerriglia e dell’eversione jihadista”. Anche la versione on line del quotidiano cattolico francese La Croix parla della morte di Zarqawi, ma senza dare grande enfasi alla notizia che viene riportata sotto il titolo “Al Zarqawi ucciso in un raid aereo” . Il quotidiano nella cronaca ricorda che sul “terrorista giordano pendeva una taglia americana di 25 milioni di dollari”. Sulla stessa linea anche lo spagnolo El Pais che annuncia: “Il leader di Al Qaeda in Iraq, Al Zarqawi, muore in un bombardamento statunitense”. Proponendo la cronaca della morte El Pais ricostruisce la vita del terrorista definito il “nemico numero uno dell’Iraq” . Perentorio l’inglese The Guardian“: “Eliminato!” che propone un news blog ed il commento “Hometown hero” di Ghaith Abdul-Ahad : “uomo taciturno – è la descrizione del giordano fatta da alcune persone che lo conobbero – sempre intento nei suoi pensieri, nelle idee più estremista di Bin Laden al punto di ripetere solitamente che il capo di Al Qaeda era troppo tollerante” ma capace di incitare le sue milizie parlando “con autorità e capacità di catturare i cuori”. Lo stesso giorno del raid in cui ha trovato la morte Al Zarqawi, La Croix (7/6) ha dedicato un reportage sull’Iraq, intitolato “Iraq, una guerra senza fine” . “Dopo tre anni di occupazione americana l’Iraq è sempre in stato di insurrezione. Lo scandalo di Haditha dove dei marines avrebbero assassinato dei civili mina il morale delle truppe” scrive Stephanie Fontenoy . “La distanza tra le truppe americane e la popolazione è grande. Un malessere evidente regna nell’esercito dello Zio Sam” prosegue l’articolo che riporta anche alcune dichiarazioni di soldati e graduati Usa. Tra queste quella di Matthew Friedman, direttore del Centro nazionale per i danni post-traumatici presso il dipartimento americano: “In Iraq – dice – le truppe soffrono di stress psicologico dovuto allo stato di insurrezione . Un veterano dell’Iraq su sei mostrerebbe segni di depressione e di ansia e uno su tre sarebbe ricorso a specialisti medici. La scelta di predisporre un corso sui valori militari e morali nel campo di battaglia – per evitare massacri di civili come quello di Haditha – è solo un calcolo opportunista o volontà di far passare il messaggio alle truppe?” È la domanda finale della giornalista. La questione palestinese e il futuro dello Stato d’Israele sono sempre al centro dell’attenzione internazionale in questi giorni. Sulla Frankfurter Rundschau (7/6), Karl Grobe scrive: “ La comunità degli Stati aspetta con ansia di vedere se Hamas sarà disposto a riconoscere indirettamente Israele. In tal modo la pace sarebbe ancora ben lungi dall’essere raggiunta, ma si sarebbe trovato un modo per uscire dal vicolo cieco”. Spingere Hamas a riconoscere l’esistenza di Israele è possibile solo con i colloqui; finora, le sanzioni hanno causato solo l’acuirsi della radicalizzazione. Gli sforzi di Abbas di vincolare Hamas al consenso sulla base del documento di 18 punti, possono portare ad una soluzione alla strada senza uscita, ma non alla pace nella regione. Per ottenere ciò occorre la disponibilità a trattare di Israele, degli Usa e di altre potenze“. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (8/6), Jörg Bremer osserva: “ Con la proposta di un referendum, Abbas ha preso l’iniziativa. Usa il suo potere in base alle leggi fondamentali. Ma la cosa non è priva di rischi: Hamas non minaccia solo di voler boicottare il referendum. Può anche voler riprendere successivamente ad agire nella clandestinità e con la sua “lotta militare attiva”, ossia con il terrorismo“.