Solo il rispetto del “principio della priorità incondizionata della vita umana” può garantire “la qualità della ricerca scientifica”, anche nel campo della ricerca sugli embrioni. A ribadirlo è stata la Commissione bioetica della Conferenza episcopale svizzera, in una nota del 7 giugno, in cui prende posizione sul progetto di articolo costituzionale e di legge federale relativo alla “ricerca sull’essere umano” (Lrh). Pur giudicando positiva “la volontà di unificare le molteplici legislazioni e le pratiche diverse e di colmare le lacune esistenti”, i vescovi svizzeri fanno notare che “l’ottica adottata non risponde alle esigenze della Costituzione svizzera”, per la quale “la dignità umana è il principio supremo costitutivo dell’ordine giuridico”. La “Lrh”, denunciano i presuli elvetici, “adotta un posizione utilitaristica che si accontenta di bilanciare due valori ritenuti a torto antagonisti: la protezione della personalità contro la libertà della ricerca”. In particolare, la Commissione di bioetica contesta l’idea che l’etica si riduca “ad una valutazione del rapporto benefici-rischi” e definisce “inammissibile considerare come ‘rischio minimo’ per un feto ciò che costituisce per lui un rischio maggiore”. Ugualmente “inaccettabile”, per i vescovi svizzeri, è “la differenza di statuto tra embrione ‘in vivo’ ed embrione ‘in vitro'”, perché presuppone che “un cambiamento di circostanza modifichi la natura dell’embrione umano”.