OASIS

Pensieri in lingua araba

Un centro studi e una rivista europei per i cristiani in terre islamiche

“Anni fa in un incontro con alcuni vescovi cattolici di Paesi islamici fu rilevata la necessità di disporre di adeguati strumenti culturali per alimentare i cristiani di quelle terre” nella consapevolezza che “difficilmente le lingue occidentali (inglese e francese) facilitano il processo di inculturazione della fede”. Così il patriarca di Venezia, card. ANGELO SCOLA , spiega le ragioni che hanno condotto nel 2005 alla creazione di “Oasis”, rivista semestrale del Centro internazionale di studi e ricerche Oasis (www.cisro.org), promossa dallo stesso patriarca, dai cardinali Barbarin (Lione), Bozanic (Zagabria), Erdö (Budapest), Schönborn (Vienna) e Sepe (Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli), nonché da altri vescovi ed esponenti del mondo ecclesiale ed accademico. La rivista è pubblicata in quattro edizioni bilingui (italiano-arabo, inglese-arabo, francese-arabo e inglese-urdu) per favorire, spiega ancora il card. Scola, “uno scambio teologico-culturale organico tra cristiani (senza escludere membri di altre religioni) delle aree europee anglofone, francofone, italiane, medio-orientali, nord-africane, arabe e urdu”. Di “Oasis” è in uscita il terzo numero (aprile 2006), dedicato al terrorismo islamista e al dialogo tra religioni e culture. Un dibattito a più voci: ne proponiamo alcune. DIALOGO O MISSIONE? “Il dialogo è spesso visto come opposto della missione: o missione o dialogo” osserva il card. CRISTOPH SCHÖNBORN, arcivescovo di Vienna, chiedendosi se sia possibile “un dialogo tra religioni missionarie” come cristianesimo e islam. Per evitare il sospetto di tentato proselitismo e al tempo stesso “non essere infedeli al mandato missionario”, afferma il presule, occorre definire “che cos’è la missione secondo Gesù e il Corano” e “come essa si colloca rispetto alla libertà di coscienza e religione”; chiarire con urgenza la questione del proselitismo, porre in evidenza che “la nostra storia di missione non ha solo pagine buie ma anche pagine grandiose” e “mettere apertamente sul tappeto le nostre preoccupazioni reciproche”. Mentre i cristiani, sottolinea H’MIDA ENNAIFER, teologo tunisino e membro del Groupe de recherche islamo-chrétien, “devono ricordarsi che la loro concezione della Scrittura ha conosciuto delle evoluzioni”, la “quasi totalità delle esegesi coraniche dell’epoca moderna si rifiuta di ripensare il senso della sacralità del libro, continuando a confondere la sacralità della sorgente con quella della sua comprensione”. Di qui l’idea che “l’applicazione della legge” sia “la panacea ai problemi” del mondo musulmano attuale”; un “blocco che perdura” e, secondo lo studioso, “perpetua la visione medioevale del mondo e dell’uomo”. ISLAM E FILOSOFIA. Cosa è successo nel rapporto tra islam e filosofia? Cosa accadrebbe se i due mondi tornassero ad incontrarsi? Questi gli interrogativi posti da REMY BRAGUE , docente di storia della filosofia medioevale all’Università Pantheon-Sorbonne di Parigi. Prestando “attenzione sia alla propria tradizione medioevale sia a ciò che si è sviluppato in Occidente dopo il Medio Evo”, sostiene Brague, l’islam potrebbe rinnovarsi “prendendo in prestito fonti esterne ad esso o attingendo a fonti interne” rivitalizzando, in questo caso, “tendenze culturali passate che sarebbero state soffocate o dimenticate”. “Non si può immaginare un qualche futuro per i musulmani in Europa – avverte PAOLO BRANCA, docente di lingua araba all’Università Cattolica di Milano – se essi rifiutano di avere rapporti con l’ambiente circostante e se non sviluppano una dialettica grazie alla quale potranno essere, dare e ricevere”. Ma anche “l’Occidente opulento ha un compito: “dare ascolto” al “travaglio interiore che agita il mondo musulmano” e che “merita attenzione e rispetto, lungi dai giudizi affrettati che ancora troppo spesso vengono espressi su un universo culturale più ricco e diversificato di quanto comunemente si creda”. STRATEGIE DEL TERRORE. “Normalmente pensiamo la guerra come un’impresa a termine ma, chiarisce BRIAN MICHAEL JENKINS, consigliere anziano nella Rand Corportion, una delle lobby di pressione sulle amministrazioni Usa”, per “i combattenti del jihad la guerra è una condizione perpetua” il cui obiettivo “è difendere l’islam vittima di continue aggressioni” e “reclutare fedeli”. Nonostante l’indebolimento di al-Qaida, sottolinea Jenkins, “negli anni a venire dobbiamo aspettarci di convivere con il terrorismo fondamentalista”. Un fenomeno contro il quale “l’intervento militare non è sufficiente e non produce le soluzioni attese” aggiunge JEAN-LOUP FRANCART, direttore di “Eurodecision-Ais”, società che si occupa di intelligence strategica e gestione delle crisi. Per Francart “le condizioni del ritorno alla sicurezza passano innanzitutto attraverso il cambiamento delle rappresentazioni sociali delle parti in causa” cosicché “i protagonisti della violenza non trovino più sostegni attivi o passivi da parte della popolazione”, e “almeno una parte degli stessi leader che sostenevano le azioni di violenza” cessino di approvarle.