UE E TERRA SANTA

Urgono buone relazioni

Non è solo un problema di soldi

Quattro anni fa, di questi tempi, si registrava l’assedio israeliano della basilica della Natività a Betlemme, dove si erano rifugiati alcuni militanti palestinesi armati. Per lunghi giorni religiosi e religiose francescani vissero dentro i locali della basilica e del convento annesso assieme ai palestinesi. Momenti di forte tensione, con sparatorie, segnarono l’assedio, che poi si risolse senza ulteriori spargimenti di sangue grazie soprattutto alla mediazione dei religiosi. Uno dei quotidiani più diffusi in Israele, Hareetz, scrisse che “questa vicenda aveva un solo vincitore, non l’esercito israeliano e nemmeno i militanti palestinesi, ma i frati francescani”. A ricordare questo episodio è il Vicario della Custodia, lo spagnolo padre ARTEMIO VITORES , che rivela anche una telefonata, durante i giorni dell’assedio, di Giovanni Paolo II ai frati rinchiusi dentro la Natività. “Il colloquio durò tre minuti e fu di grande sollievo per i confratelli sapere che il Papa seguiva da vicino la vicenda”. Il Sir ha intervistato padre Artemio a margine di un incontro avuto, il 1° maggio a Betlemme, con 120 pellegrini della Federazione italiana dei settimanali cattolici (Fisc) che in Terra Santa sta celebrando il 40° di fondazione. Quanto si sa in Europa delle condizioni di vita dei cristiani di Terra Santa? “Credo si sappia che molti cristiani stanno emigrando. Nella sola Betlemme alla fine degli anni ’60 i cristiani erano il 47% della popolazione, mentre oggi sono solo il 14%. Vanno all’estero per cercare migliori condizioni di vita, un lavoro, una casa, per dare un futuro meno precario alle loro famiglie. La barriera di separazione israeliana, poi, sta creando ulteriori gravi problemi separando la gente dal proprio lavoro, dai campi che coltivano, dagli ospedali e dalle scuole. La lavorazione dell’olivo, della madreperla o il turismo in questa situazione non sono più sufficienti. Ci sono cristiani, qui a Betlemme, che da cinque anni non ricevono uno stipendio e le nostre scuole, frequentate da oltre duemila tra giovani, ragazzi e bambini, registrano ogni anno un passivo di circa un milione di dollari. E sulla scuola l’Europa non ci aiuta molto”. Che intende dire? “Proprio l’altro ieri ho saputo che i libri in uso nelle scuole palestinesi sono finanziati dall’Unione europea. Questi testi sono dati gratis alle scuole musulmane, mentre quelle cristiane li devono pagare. Credo che l’Unione debba sapere questa cosa ed essere consapevole della situazione”. In che modo riuscite ad andare avanti? “Grazie alla solidarietà di molti cristiani, anche europei. Ci sono conferenze episcopali, come quella spagnola, per esempio, o italiana, ma anche altre, che si stanno prodigando molto. Abbiamo oltre 800 famiglie che ricevono da noi aiuti materiali provenienti dalle Chiese europee. Un grande sostegno arriva anche dai pellegrinaggi, che oltre a dare un aiuto materiale, rilanciando il turismo e il suo indotto, fanno sentire ai nostri fedeli anche un sostegno psicologico e una solidarietà spirituale. Non dimentichiamo che i cristiani di qui sono ritenuti musulmani di serie B, dei traditori, dei convertiti. Essi non hanno chiara la loro identità. Spesso mi trovo ad invitarli a visitare i luoghi santi a Gerusalemme e dintorni. Ma hanno paura: manca loro l’identità cristiana e il coraggio di tornare alle loro radici. Al contrario dei musulmani”. Se le chiese non fanno mancare il loro appoggio, l’Ue vuole congelare i fondi al governo di Hamas. Come giudica questa decisione? “Danneggia il popolo palestinese. Credo che vadano impostate delle buone relazioni con tutti, quindi anche con Hamas. Questo per favorire il miglioramento delle condizioni di vita degli stessi palestinesi e la difesa dei diritti umani, in particolare modo della vita. Con Hamas e con Israele la comunità europea deve insistere su questo punto, il rispetto della vita. In assenza di diritti umani non ci può essere pace e stabilità”. In che rapporti siete con Hamas? “Direi cordiali. Aspettiamo che formi il governo per dialogare”. Quale ruolo può giocare l’Europa nel favorire una soluzione negoziata del conflitto israelo-palestinese? “Un ruolo importante. Per adesso, però, conta solo perché dà soldi. Vorremmo invece che ascoltasse con orecchi più attenti le invocazioni che arrivano da questa regione della terra”.