UNGHERIA
Una Chiesa che rialza la testa nella verità e nella libertà
Peter Erdö aveva quattro anni e mezzo quando, all’alba del 4 novembre 1956, 25.000 carri armati sovietici invadono l’Ungheria e Budapest e inizia lo scontro impari fra i rivoltosi ungheresi, che chiedono libertà. Peter Erdö r icorda benissimo quei momenti: “Ricordo gli spari, tanti spari, e io che domando a mia mamma: perché si spara? E lei risponde: “Perché c’è la guerra”. Non la rivolta, no, la guerra. E io domando ancora: chi è contro di noi? Mia madre risponde: “I Russi”. E io: chi è con noi? E allora mia madre e mio padre cominciano a piangere e rispondono: “Nessuno”. Sono trascorsi 50 anni, l’Ungheria, oggi, è come un grande convalescente. La malattia non c’è più, ma la debolezza è ancora grande. E la piena salute passa per la riconquista del domani. Lo si capisce dalle parole del card. Peter Erdö, arcivescovo di Budapest e Primate della Chiesa ungherese. Il cardinale era a Venezia, nei giorni scorsi invitato da un grande amico, il Patriarca Scola (erano insieme negli anni ¹90 all’Università Lateranense) per concelebrare le liturgie nella festa di San Marco e a pronunciare l’intervento centrale del Dies Academicus, l’inaugurazione del nuovo anno dello Studium Generale Marcianum. Eminenza, a 50 anni dalla rivolta di Budapest e dalla repressione sovietica, e a poco più di 15 anni dall’avvio del nuovo corso democratico, come sta l’Ungheria? “Noi abbiamo riconquistato un grandissimo bene, di cui stiamo godendo: la libertà. Per esempio, penso alla Chiesa, nella grande fioritura di istituzioni. Alla fine dell’epoca comunista c’erano 8 scuole cattoliche e oggi ce ne sono 320; gli ordini religiosi erano soppressi, all’infuori di quattro, e oggi ci sono più di cento istituti religiosi; e i movimenti – Focolarini, Neocatecumenali, Cl… – sono numerosi e vivaci. Quanto ai fedeli (il 65% dei 10 milioni di ungheresi sono cattolici, ndr), a Budapest il 10% frequenta la messa. Però è proprio nelle città, più che nelle campagne, che si avverte una ripresa di interesse religioso”. Il benessere è cresciuto? “Sì e no. Alcuni miglioramenti si vedono anche per strada: le vecchie automobili Lada, per esempio, non circolano quasi più. Gli ungheresi, che hanno sempre apprezzato i buoni cavalli, adesso scelgono le buone macchine. A volte spendendo anche oltre le loro forze. Ma soprattutto c’è quello che dicono gli statistici: il valore reale del Prodotto interno lordo, per ogni cittadino, oggi non è più alto di quanto fosse alla fine degli anni ¹80. E’ la fatica di entrare nella logica del mercato. Oggi, in Ungheria, ci sono i ricchi, che non c¹erano, e i poveri ridotti alla miseria, che non c’erano. C’è la disoccupazione e ci sono i senza fissa dimora: ce ne sono più che a Roma”. Ma la gente non ha riconquistato serenità? “Direi che oggi il rapporto fra gli ungheresi è diventato più teso. Prima la solidarietà era più grande. Anche perché il Paese era occupato da truppe straniere, e per questo c’era fra tutti una tacita e forte solidarietà, oggi allentatasi. Ma notiamo anche dell’altro”. Cioè? “Il deterioramento di diverse strutture pubbliche, dall’insegnamento alla sanità. Non è così facile continuare ad assicurare questi servizi, gratuitamente, alla gente. E le famiglie non sono in grado di comprarli ad un livello europeo perché non hanno la forza economica necessaria. In più abbiamo un forte problema demografico: bassa natalità, aborto legalizzato ed età avanzata della popolazione fanno sì che ogni anno il Paese perda 40-50.000 persone”. In questo contesto cosa possono fare i credenti? “Intanto stiamo ricominciando a prendere sul serio la nostra responsabilità a livello di carità. E soprattutto ai ricchi da qualche anno sto dicendo che devono imparare ad esserlo, per la responsabilità sociale che portano”. Come uscirà risanata l’Ungheria dalla sua convalescenza? “La Conferenza episcopale ungherese ha bandito per il 2006 un anno di preghiera per il rinnovamento spirituale della nazione. Credo che questa sia la strada. Dopo la sconfitta del ’56 maggior parte del popolo era demoralizzato e si è rifugiato nella vita privata, trascurando le grandi questioni sociali. Ma questo ha comportato un vivere senza futuro. Oggi si sente ancora l’effetto di questa stagione, ma noi dobbiamo rialzare la testa e prendere sul serio la nostra ritrovata libertà per ridisegnare una visione del futuro”. E, infine, come sono i rapporti con la Russia? “Dopo le parole di rammarico e rimoroso che l’allora presidente Eltsin, nel 1992, pronunciò a Budapest, e dopo la visita nel nostro Paese e i discorsi del Patriarca di Mosca nel 1994, credo che non sentiamo più il bisogno di nuove espressioni di rincrescimento per quanto è avvenuto in passato. Credo invece che dobbiamo continuare il cammino di riconciliazione, che passa per la conoscenza reciproca con i popoli a noi vicini e per la promozione di nuovi rapporti culturali, umani ed economici. Anche il carteggio con il Patriarca Alessio II di Mosca va in questa direzione”.