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Quando sono entrata nella segreteria della Comece – la Commissione degli Episcopati della Comunità Europea – nell’agosto 2004, l’Unione Europea era tutto un brulicare di attività, anche per l’allargamento storico dell’Unione del maggio 2004. Il Trattato per la Fondazione della Costituzione Europea doveva essere firmato dai capi di stato e di governo, un gruppo di lavoro di alto livello presieduto da Wim Kok stava esaminando la Strategia di Lisbona, il Programma quinquennale Tampere, mirato a creare una zona di libertà, di sicurezza e di giustizia, era giunto a compimento e stava per essere sostituito dal Programma dell’Aia, mentre la questione dell’apertura delle trattative per l’ingresso della Turchia era in primo piano. Inoltre, un nuovo collegio di Commissari Europei che si impegnassero a “fare meno, ma meglio” era in attesa di approvazione da parte del Parlamento Europeo. Da allora, l’Unione Europea si è incagliata su uno scoglio dopo l’altro, o sotto forma di reticenza dei governi nazionali verso le riforme economiche e le sfide poste dalla globalizzazione, o sotto forma di blocco del processo di ratifica del Trattato Costituzionale a seguito dei risultati negativi dei referendum di Francia e Olanda, o per i conflitti pressoché disastrosi sulle Prospettive Finanziarie per il periodo 2007-13. Sembra quasi che una situazione difficile ne perpetui un’altra, privando l’Unione Europea di una chiara leadership individuale o istituzionale, di orientamento e di un vero senso della propria raison d’être . In effetti, l’Unione Europea ha perso un po’ della propria vitalità e appare decisamente grigia e stanca. Tuttavia, l’Unione va avanti, con le sue funzioni quotidiane, e resta una testimonianza vivente di ciò che si può conseguire attraverso la riconciliazione, la partnership e la condivisione dei valori nella diversità.Da quando sono entrata nella Comece, capisco sempre meglio quanto sia essenziale che la Chiesa non solo sia a conoscenza dell’Unione Europea, delle sue funzioni e delle sue attività, ma che essa sia anche rappresentata a livello istituzionale e che la sua voce sia forte e chiara e si occupi delle questioni europee. Non penso che questo punto possa essere sottovalutato. Così come si riconosce che le Conferenze Episcopali hanno il dovere di fornire input a livello nazionale, la Chiesa deve anche occuparsi del progetto Europeo. Nonostante tutti i suoi difetti e le sue mancanze, l’Unione Europea, nell’unicità della sua composizione e del suo mandato, non può essere trascurata. Un eventuale mancato riconoscimento da parte della Chiesa delle implicazioni e delle opportunità sociali e spirituali del progetto europeo sarebbe davvero deplorevole. La pubblicazione Comece del maggio 2005, The Evolution of the European Union and the Responsibility of Catholics , deve essere letta in questo contesto.Ora che lascio il mio lavoro alla Comece per affrontare nuove avventure, lo faccio con la speranza che la Chiesa continui ad esprimere la propria voce a livello europeo.L’interesse in gioco per la Chiesa è quello del bene comune. Ritengo che anche l’Unione Europea abbia a cuore lo stesso interesse. Quindi l’input di una Chiesa che è radicata nell’esperienza e in un vasto pensiero accademico, sociale e teologico nel perseguimento del bene collettivo del progetto europeo è essenziale nel nostro comune cammino.