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Il nostro mondo sta vivendo una rivoluzione multiculturale che porta rischi di conflitti di cultura legati alla nuova situazione creata dalla presenza di una immigrazione senza prospettiva di ritorno nei Paesi di origine. Conflitti o tensioni legati all’arrivo in Europa di popolazioni non cristiane, che hanno dei modi di vita assai differenti dalle popolazioni di accoglienza. Conflitti legati al peso della storia perché molti vengono da Paesi colonizzati e raggiungono l’ex-colonizzatore in un rapporto psicologico particolarmente ambiguo : l’islam che è stata a lungo per gli europei una religione di colonizzati è diventata in non poche realtà europee la seconda religione. E ancora registriamo conflitti di diritto tra gli statuti personali e la legge dei Paesi di accoglienza. A questi si aggiungono conflitti sociali economici con la formazione di ghetti nelle periferie delle grandi città.Tensioni e conflitti si nutrono con la reazione al mondo globalizzato e con l’affermazione delle proprie identità. Tempo fa, l’immigrato cercava l’integrazione nella nuova nazione, nutriva il sogno di acquistare una nuova identità nazionale ; l’immigrato di oggi non intende rompere con le sue radici. L’immigrazione sembra rinvigorire la propria affermazione, l’attaccamento alle proprie tradizioni, alla propria cultura. Da parte sua il cittadino che vede gli stranieri con questa rivendicazione si pone a difesa delle proprie tradizioni identitarie.Così l’altro, portatore di una cultura diversa, è visto come portatore di incertezza, di novità preoccupanti, di apprensione: colui che può essere amico può diventare nemico. Nell’ antichità le regole erano chiare: lo straniero non era membro della polis, cioè della città. Il pluralismo, con alle spalle le paure legate alla globalizzazione, può aprire la porta a nuovi conflitti etnici, religiosi, a manifestazioni di xenofobia, di razzismo e di antisemitismo.Ora siamo entrati in una fase nuova particolarmente pericolosa con l’emergenza del terrorismo: l’altro non è più un amico, ma diventa potenzialmente un nemico. La tecnica degli attentati, realizzati da kamikaze scelti tra persone ben integrate nella società di accoglienza è concepita per distruggere ogni tessuto sociale, per diffondere in tutta la società la sfiducia che porta alla paura, la paura dell’altro. In Olanda, l’omicidio di Theo van Gogh ha avuto ripercussioni profonde in un Paese che è stato sempre un modello di accoglienza e di tolleranza : qualche cosa ormai è rotto nelle mentalità. L’immigrato, da ospite, diventa allora un personaggio a due volti: capace di partecipare alla vita sociale della terra che l’ha accolto, di fare degli studi, di creare una famiglia e di preparare nello stesso tempo gli atti più orribili.Distruggere la fiducia, il senso dell’accoglienza è l’obiettivo del terrorismo perché una società non può funzionare senza un minimo di fiducia, di solidarietà, di amicizia. Se il terrorismo che strumentalizza diversità culturali e religiose riuscisse a spargere paura, sfiducia e odio la nozione stessa di società multiculturale verrebbe perduta e vincerebbero i fondamentalismi. Anche in Europa la posta in gioco è alta: il conflitto di civiltà minaccerebbe la società al proprio interno, al di là della pace tra le nazioni. Questo i maestri del terrorismo l’hanno capito. Il loro diabolico disegno prevede di usare le tensioni naturali tra le culture per impedire ogni possibilità di convivenza.