“Tre appuntamenti con le urne”: è il titolo dell’editoriale che il quotidiano spagnolo “ LA VANGUARDIA” del 28/3 dedica alle elezioni che si sono svolte in questi giorni in Ucraina, in alcuni länder tedeschi e in Israele. “In poche ore – scrive il direttore del quotidiano JOSÉ ANTICH – si sono svolti tre processi elettorali in tre zone tanto lontane quanto diverse”. In Ucraina, sostiene Antich , “bisognerà vedere se saranno capaci di superare le vecchie dispute e formare un governo anti-russo”. In Germania, osserva, “la grande coalizione che guida la cancelliera Merkel è uscita rafforzata da queste elezioni regionali, cosa che presuppone la prima conferma elettorale al governo che regge i destini della Germania da novembre e che, inoltre, corrisponde al clima politico ed economico del Paese”. In Israele, invece, “non c’è dubbio sulla vittoria” di Olmert, “però sono in ballo le alleanze che possono essere fatte per aiutare a dare stabilità alla zona”. Il quotidiano EL PAÌS analizza invece quanto accaduto la settimana scorsa in Bielorussia, con la vittoria di Lukascenko, l’accusa di brogli elettorali e le rivolte di piazza. Ad avviso dell’editorialista “Lukascenko incarna un regime giurassico assolutamente refrattario all’idea democratica. E la Bielorussia non è l’Ucraina, dove si sono appena celebrate in maniera pulita le prime elezioni parlamentari libere. La stampa è controllata da un apparato dittatoriale che ricrea un culto della personalità ispirato allo stalinismo. L’opposizione è debole e parcellizzata”. Però, conclude il quotidiano, con le manifestazioni di piazza “almeno si comincia”: “I bielorussi, che alle porte della Polonia sognano di fare parte di un universo democratico all’interno dei confini dell’Europa, meritano che l’appoggio promesso questi giorni dalla potenze occidentali non rimanga come parole vuote”. In Germania si discute sui risultati delle elezioni amministrative in quattro Länder. Il dato più evidente è l’astensionismo. Così commenta Stephan Hebel per la Frankfurter Rundschau (28/3): “ La scarsa affluenza alle urne non è necessariamente un motivo per intonare un requiem alla democrazia. Vi sono ragioni banali, dal tempo fino alle trappole” dei sistemi elettorali. “La maggioranza non ha visto in nessuno schieramento la volontà e la forza di introdurre un vero cambiamento e si è rifugiata nella speranza che il peso totale dei due grandi partiti facesse il miracolo. Ora, la prima delusione sulla coalizione rosso-nera, insieme con un’antica rassegnazione nei confronti della ‘politica’ in toto, possono aver contribuito alla scarsa partecipazione alle elezioni, nonostante i fattori regionali. Sarebbe meglio che i partiti smettessero il prima possibile di ignorare questo processo – non solo, ma anche nel proprio interesse“. Su Die Welt , Nikolaus Blome commenta: “ I riflessi sono sempre gli stessi: la politica reagisce sgomenta – il cliente non vuole più il prodotto, quindi il cliente deve andare dal medico. Vengono subito scodellate spiegazioni e diagnosi, guarnite dai primi richiami al dovere del voto. […] “I tedeschi erano stanchi di votare, ma perché? Forse perché contenti e ben informati? Oppure perché stufi del ‘sistema’, di Hartz IV (le riforme previste per rimettere in sesto il Paese), della globalizzazione e ‘di chi sta sopra’? Dalla metà degli anni Ottanta, da quando la partecipazione alle elezioni ha iniziato a diminuire, studiosi di politica e politici non fanno che litigare” . Prosegue inevitabilmente l’interesse dei quotidiani francesi per le mobilitazioni di piazza contro il Cpe. “ Aspettando Chirac“, titola “ La Croix” (30/03) nell’articolo di apertura in prima pagina a firma di Antoine Fouchet . “Mentre una nuova giornata di mobilitazione contro il Cpe è prevista per il 4 aprile, il presidente della Repubblica dovrebbe intervenire nei prossimi giorni per tentare di risolvere il conflitto. Tutti gli sguardi sono ormai puntati su di lui, il presidente. Dopo che due milioni di persone hanno sfilato, martedì 28 marzo, contro il contratto di primo impiego e che il dialogo sembrava definitivamente impossibile tra i partner sociali e il primo ministro Dominique de Villepin, la questione del conflitto si trova ora nelle mani del capo dello Stato“, che secondo i suoi più stretti collaboratori dovrebbe esprimersi nei prossimi giorni, sicuramente però solo dopo aver ascoltato il parere del Consiglio Costituzionale. Chirac risponde così agli appelli che opposizione e governo gli avevano lanciato perché intervenisse sulla questione. “ I sindacati – scrive Fouchet – gli avevano chiesto di chiedere solennemente, come autorizza la Costituzione, una nuova deliberazione al Parlamento sulla legge che ha creato il Cpe” ma Chirac ha scelto di “ dare tempo al tempo“, “ sembra cioè aver deciso di applicare al conflitto sul Cpe questa regola d’oro” . Così facendo “ Jacques Chirac non solamente non subirà la crisi ma cercherà di gestire la situazione con pragmatismo, prudenza e riservatezza. Poiché hanno fatto appello a lui, i sindacati gli hanno dato un ruolo preponderante“.