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Da Roma un segnale anche per l’Europa. Non sappiamo se è già possibile definirlo storico ma certamente la visita della delegazione ebraica alla moschea e l’invito a ripetere presto l’incontro in sinagoga appaiono come una luce improvvisamente accesa nel buio dell’incomprensione, del rifiuto e della diffidenza. Ad accenderla è stata la volontà di pace e di dialogo che, smentendo ogni fondamentalismo, appartiene ad entrambe le religioni nel loro dispiegarsi nella storia in fedeltà all’unico Dio. Gesto carico di speranza anche per l’Europa in cui incertezze e paure motivano linee culturali e politiche di chiusura e sospetto mentre è sempre più evidente che il realismo, di fronte alla diversità, è fatto di altra pasta. Dalla “città eterna”, da una terra aperta e accogliente coltivata con passione e rispetto dell’altro dal cattolicesimo guidato dal successore di Pietro, sono venuti gesti e parole che indicano alla vecchia Europa e al mondo intero le strade lungo le quali incontrare un futuro di pace e di giustizia. Sono tutte in salita, ovviamente. Anche quanto accaduto alla moschea e accadrà ci auguriamo presto – alla sinagoga di Roma sono la tappa di un percorso ad ostacoli, pieno di asperità ma ancor più ricco di speranza e di volontà di vincere il male. “Salam laykum”, “Shalòm ‘alekhem” il primo saluto, la prima forte stretta di mano tra i rappresentanti a Roma dei figli di due fratelli. “È ora per guardarsi in faccia, parlarsi, aprirsi le porte” dice il rabbino Di Segni. Confermiamo insieme “l’impegno verso Dio e la sacralità della vita” dice Abdelah Redouane, segretario generale del centro islamico culturale d’Italia. E poi, non a caso, un appello ai giornalisti: “Siate portatori di questo messaggio di cordialità e dialogo. Le nostre due culture si incontrano per riannodare fili di dialogo nel quale non abbiamo smesso di credere”. Un compito da assumere con maggior senso responsabilità da parte di chi nel mestiere di informare cerca più ciò che divide e distrugge di ciò che unisce e costruisce. Stravecchia regola professionale che anche l’incontro alla moschea di Roma mette fortemente in discussione viste anche le conseguenze di un’informazione frettolosa e ad effetto. A fare sintesi della giornata l’incontro di Benedetto XVI con il presidente della Repubblica Araba di Egitto, Mohammed Hosni Mubarak. Un altro segnale della volontà delle tre grandi religioni di contribuire alla costruzione di un mondo di pace e di giustizia. Un comune messaggio che pone nei pensieri il tema della trascendenza, della verità, di Dio. L’Europa è tra i primi destinatari. La “laicità” del vecchio continente non può considerare quanto accaduto ieri a Roma un “fatto religioso privato” tra ebrei, musulmani e cristiani. Se vuole davvero ritrovare se stessa, se vuole dire qualcosa di significativo al mondo sui grandi temi della vita, dei diritti umani, della dignità dei popoli, l’Europa deve ripensare la propria “laicità” per non trovarsi alla periferia delle attese di un’umanità sempre più consapevole che un futuro di pace e di giustizia si costruisce nell’incontro tra fede e ragione. Lunedì 13 marzo 2006, da Roma, dalla moschea, dalla sinagoga, dalla basilica, è venuto anche questo messaggio.