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Barriere che restano” “

Percorso ancora accidentato per la direttiva sui servizi” “

“Al di là della dimensione meramente economica di questa direttiva, si tratta di capire se l’Unione a 25 è in grado di trovare soluzioni appropriate, per far fronte a problemi estremamente complessi e delicati”. Va a José Manuel Barroso, presidente della Commissione, il merito di aver messo in luce l’aspetto più controverso del dibattito prodottosi negli ultimi due anni nell’Europa comunitaria sulla ormai ex direttiva Bolkestein, approdata in settimana al Parlamento di Strasburgo. Il cammino del provvedimento è ancora lungo: il testo, uscito rimaneggiato e depotenziato dall’Assemblea, è chiamato ad altri passaggi in Commissione, in Consiglio e ancora all’Europarlamento. Intanto occorre registrare che l’involontario e famoso “idraulico polacco” è più simpatico perché fa meno paura. La direttiva, forma giuridica con effetto vincolante negli Stati dell’Unione, in principio vantava diversi obiettivi, il primo dei quali era realizzare quella “libertà di circolazione dei servizi”, prefigurata nei Trattati fondativi della Cee, essenziale per completare il mercato unico e finora rimasta sulla carta. Col tempo, e soprattutto dopo l’allargamento a Est, sulla direttiva si era concentrata crescente attenzione: il suo varo avrebbe dovuto liberare le energie e rendere più competitivo un settore in espansione, che già oggi rappresenta il 70% della ricchezza prodotta in Europa, in grado di creare posti di lavoro “di qualità”. In questo senso, era – e rimane – una delle chiavi di volta della Strategia di Lisbona, indirizzata a rendere competitive le aziende e i mercati comunitari, a tutelare i consumatori, a creare occupazione e coesione sociale. Quando la prima bozza del provvedimento fu presentata, all’inizio del 2004, molte voci plaudirono agli intenti “liberali” della Commissione, anche se non mancarono le obiezioni sul merito. Anzitutto si contestava – con mille ragioni – il principio del “paese d’origine”, secondo il quale un’azienda che si trasferisce all’estero per erogare un servizio, resta sottoposta al diritto e alle tariffe di casa propria, facendo balenare il rischio di una concorrenza sleale e mettendo in pericolo i diritti dei lavoratori. Ma preoccupava anche la determinazione del campo di applicazione del provvedimento: avevano così subito preso forma gli elenchi delle materie da escludere, a cominciare dai Sig, servizi di interesse generale, troppo rilevanti per essere posti in balia del libero mercato. Il fronte anti-direttiva da allora è cresciuto, dimenticando anche i propositi solidaristici, volti a incentivare lo sviluppo economico dei nuovi Stati membri. Al “fronte del no” sono via via approdati numerosi governi dei paesi occidentali, gran parte del sindacato e delle formazioni di sinistra (che giustamente segnalano il rischio di dumping sociale), una parte della destra sovranista e protezionista, varie corporazioni preoccupate di difendere il proprio orto. Occorrerà attendere il testo finale della direttiva (appuntamento tra un anno?) per pronunciare un verdetto lucido: ma già oggi, eliminato l’impianto originario, inserite numerose eccezioni e deroghe alla sua applicabilità (restano fuori, ad esempio, i servizi di pubblica utilità, quelli sanitari, finanziari, giuridici, le comunicazioni, varie professioni, persino il gioco d’azzardo…), la normativa non suscita più fantasmi. E forse perde il suo scopo primario: può cadere il muro di Berlino, si possono superare i confini politici, ma restano intatte le barriere nel settore terziario.