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Dall’ultimo numero di "Europe infos"” “
“Il multilinguismo è un principio essenziale dell’Unione europea”: per il conseguimento dell’obiettivo la Commissione ha pubblicato nelle scorse settimane la sua prima Comunicazione sul tema, intitolata “Una nuova strategia quadro per il multinguismo”. Il tema è al centro della riflessione di CLARE COFFEY, ospitata nel numero di gennaio di “Europe infos”, mensile della Comunità degli episcopati della Comunità europea (Comece) e dell’Ufficio cattolico di informazione e iniziativa per l’Europa (Ocipe). UN’EUROPA MULTILINGUE. L’Unione conta attualmente 20 lingue ufficiali: un numero destinato ad aumentare per includere nel 2007 il gaelico, e il bulgaro e il rumeno dopo l’adesione dei relativi Paesi. “Nella sua Comunicazione – annota Coffey – la Commissione riconosce che le istituzioni europee e i cittadini hanno bisogno di investire nel multilinguismo e di promuoverlo, non solo per favorire la comunicazione”, ma anche “come elemento chiave del rafforzamento dell’economia europea e della vivacità della sua diversità culturale”. Forti le disomogeneità rilevate tra i Paesi: in Lituania, ad esempio, il 99% della popolazione è in grado di conversare in una lingua differente dalla propria; percentuale che in Ungheria scende al 29%. Per evitare che la lingua più studiata sia sempre l’inglese, dopo uno studio di fattibilità (maggio 2005), “la Commissione – prosegue Coffey – raccomanda l’istituzione di una rete di Centri per la diversità linguistica, incaricata di promuovere l’apprendimento delle lingue”. L’insegnamento linguistico viene proposto a partire dalla scuola primaria, e “al fine di aumentare la competitività economica europea, la Commissione si impegna ad elaborare il seguito del Piano 2002 su competenze e mobilità, perché una manodopera plurilingue ha più possibilità di penetrare nei nuovi mercati”. Questione, conclude Coffey, “che sarà affrontata nel 2006, Anno europeo della mobilità dei lavoratori”. COOPERAZIONE MEDITERRANEA. “Un autentico partenariato euromediterraneo non si svilupperà fino a quando i Paesi del Sud del Mediterraneo non inizieranno a cooperare tra loro”. È l’opinione di STEFAN LUNTE, dopo il fallimento del vertice Euromed che, tenutosi a fine novembre, avrebbe dovuto rilanciare il processo di Barcellona ed ha invece messo in forse il futuro della cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo. “Deludenti – osserva Lunte – i documenti usciti dal summit”; appuntamento peraltro disertato dalla maggior parte dei capi di Stato dei Paesi arabi: “è lecito chiedersi – osserva – se queste numerose assenze non siano un simbolo del fallimento del processo di Barcellona nel suo insieme”. Fallimento imputabile, almeno in parte, “alla non realistica speranza dell’Ue che, in base a motivazioni finanziarie e morali, gli Stati mediterranei potessero fondersi in un’unica regione caratterizzata da un livello di cooperazione simile a quello dell’Unione europea”. Quale, allora, il compito dell’Ue? “Favorire la cooperazione regionale” all’interno dell’area, afferma Lunte, “perché il partenariato si farà soltanto se verrà creata una rete di legami a livello delle società civili”. Per il giornalista, anche “le Chiese europee sono chiamate a contribuire a questo processo”, poiché “i legami politici non si creano senza legami culturali e spirituali”. DONNE E POLITICA LOCALE. Sulla scarsa partecipazione femminile alla politica a livello locale e regionale si sofferma STEPHEN GETHINS, consigliere politico presso l’Uen-Ea (Unione per l’Europa delle nazioni Alleanza europea), convinto che “per favorire una democrazia dinamica è di fondamentale importanza incoraggiare la partecipazione attiva delle donne alla politica locale”, poiché si tratta di un ambito “cruciale in materia di rappresentanza”. Al di là dei dibattiti sullo strumento della “discriminazione positiva, ovvero la quota di donne elette”, o “su un sistema fondato piuttosto sul merito, all’interno del quale le donne costituiscono un modello per incoraggiarne altre a lanciarsi in politica”, per Gethins è proprio “la politica locale ad avere il maggiore impatto sui cittadini d’Europa”. “Le autorità locali, infatti, sono le più implicate nella vita quotidiana dei loro amministrati attraverso la fornitura di servizi che vanno dalla raccolta dei rifiuti alle scuole”. Pertanto, poiché “la politica locale è il pilastro della democrazia europea avverte il consigliere occorre adottare un approccio piramidale sistematico alla questione dell’ineguale rappresentanza dei sessi”. “Una cosa conclude è l’inserimento delle donne nelle liste dei parlamenti nazionali; un’altra il loro successo nella vita politica locale”; traguardo, quest’ultimo, che richiede “il superamento dei pregiudizi che ancora sussistono sul ruolo delle donne nelle comunità locali”.