CCEE

Davanti agli occhi

Chiesa in Europa: oltre i 25 Paesi Ue

“La missione del Ccee non si limita soltanto all’Unione europea, ma ne fanno parte tutte le 34 Conferenze episcopali del continente, compresa quella russa. Il Ccee deve tenere davanti agli occhi l’unità culturale e spirituale dell’intero continente, che è un legame molto forte tra i popoli, sia dentro che fuori dall’Unione”. Lo ha detto a SirEuropa il card . PETER ERDÖ , arcivescovo di Esztergom-Budapest e primate d’Ungheria, eletto neopresidente del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee) per il quinquennio 2006-2011 durante l’Assemblea plenaria svoltasi dal 4 all’8 ottobre 2006 a San Pietroburgo. Il card. Erdö succede a mons. Amédée Grab. Quanto ai vicepresidenti, è stato riconfermato il card. Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria, ed è stato eletto mons. Jean-Pierre Ricard, arcivescovo di Bordeaux, che succede al card. Cormac Murphy-O’Connor. Timori per il laicismo anticristiano e nuova evangelizzazione dell’Occidente, dubbi e speranze per il futuro dell’Europa, rapporti con la Turchia: di questo Miklós Szerdahelyi, per SirEuropa, ha parlato con il card. Erdö. L’Unione europea è cosciente della sua eredità culturale e spirituale? “La risposta non è facile, comunque mi sembra che non sia sempre cosi. Ho avuto la possibilità di collaborare con gli esperti che hanno seguito, da parte della Comece, la redazione della costituzione dell’Unione, poi non entrata in vigore. Mi ha scosso la veemenza con la quale certi gruppi si spingevano contro ogni riferimento al cristianesimo o a Dio, mentre il preambolo dello scritto menzionava valori greco-romani e dell’illuminismo. Quest’arbitraria selezione colpisce molto più le società dei nuovi Paesi membri, di quanto possano immaginare quelli che non hanno vissuto il comunismo. L’ideologia marxista ha lasciato dopo di sé un vuoto culturale, che il laicismo dell’Occidente non può riempire, mentre le religioni sono portatrici di valori. A noi sembra che il laicismo aggressivo dell’Occidente, di cui parla anche il Papa, costituisca una minaccia alla stabilità del continente, anche perché in mancanza di valori culturali e morali le nostre società potrebbero essere esposte al rischio di un declino. Ci preoccupano, in particolare, alcuni segnali secondo cui i gruppi religiosi non sono considerati realtà da difendere, mentre ricevono protezione le etnie e le minoranze linguistiche “. Quale prospettiva intravede, allora, per i Paesi dell’Est? “Le manifestazioni del laicismo assumono un carattere del tutto speciale nei Paesi ex-comunisti, dove l’atteggiamento anti-religioso può essere ben più duro di quello dell’Occidente. Il pericolo della rinascita dell’anticristianesimo post-sovietico è solo uno dei fattori del malessere dei nostri popoli. Ci sono tanti altri problemi che ci fanno preoccupare magari anche di più, e abbiamo ancora forte speranza nell’Unione europea, perché ci sembra la garanzia della pacifica convivenza tra i popoli della regione. Il superamento dei nazionalismi é una delle nostre speranze, e stiamo facendo di tutto per riconciliare i popoli in base alla fede cattolica. Per questo abbiamo scambiato lettere di riconciliazione con il patriarca Alessio di Russia e con l’episcopato slovacco, nelle quali i vescovi dei due Paesi affermano: ‘Perdoniamo e chiediamo perdono!'”. Lei è uno dei protagonisti della missione nelle grandi capitali europee: l’anno prossimo toccherà a Budapest… “L’iniziativa parte dall’idea di Giovanni Paolo II sulla nuova evangelizzazione soprattutto del vecchio continente. Gli arcivescovi di Parigi, Vienna, Lisbona, e Bruxelles, e più tardi anch’io, arcivescovo di Esztergom-Budapest, abbiamo cominciato a evangelizzare queste grandi città. Ogni anno la missione si concentra su una capitale, quest’anno si è trattato di Bruxelles, l’anno prossimo toccherà a Budapest, ultima tappa del ciclo. Tutte le città coinvolte nel progetto si fanno rappresentare e collaborano nel lavoro della città ospitante. Questo offre una stupenda possibilità per aiutarsi, conoscersi, scambiare esperienze. Da tutto il mondo sono arrivate delegazioni per conoscere il metodo, i risultati, e magari iniziare una collaborazione simile. Penso che a questo discorso potrebbero essere interessati anche gli ortodossi. Annunciare Cristo al mondo di oggi è la nostra vera grande preoccupazione comune”. Un commento sulla visita del Papa in Turchia? “Ci ha fatto molto piacere che la visita si sia realizzata. L’incontro di Benedetto XVI con il patriarca Bartolomeo I è un passo importante nell’ecumenismo. Ma oltre a questo, il viaggio è anche un’apertura verso l’Islam e in modo specifico verso la Turchia. L’avvicinamento della Chiesa al popolo turco è una gioia per noi ungheresi, perché con quella popolazione abbiamo dei legami culturali, linguistici e sentimentali. Il territorio ungherese fu parte dell’Impero turco per 150 anni. Quei tempi furono duri. All’epoca austriaca, invece, è stata quasi sempre la Turchia ad offrire rifugio agli ungheresi dopo le sconfitte delle nostre guerre di indipendenza”.