COMECE

Integrare non è assorbire

Intervista con Noël Treanor

A quasi 50 anni dalla firma del Trattato di Roma (25 marzo 1957) istitutivo della Comunità economica europea (Cee), l’Unione europea sta per vivere il suo quinto allargamento (da 25 a 27 Paesi) con l’ingresso nel 2007 di Bulgaria e Romania. Nell’ottobre 2005 l’Ue ha avviato i negoziati di adesione con la Turchia e la Croazia, mentre i Paesi dell’area balcanica hanno compiuto progressi di rilievo in prospettiva europea. In occasione del 50° anniversario della firma del Trattato, la Comece (Commissione degli episcopati della comunità europea) promuoverà a Roma un congresso internazionale (23-25 marzo 2007), all’inizio del quale verrà presentato un rapporto sui valori e le prospettive europee elaborato da un comitato di “saggi”. “Il congresso – spiega al Sir il segretario generale Comece, NOËL TREANOR , – preparerà inoltre un messaggio per i cittadini e i responsabili Ue al fine di promuovere una cittadinanza attiva e mobilitare un forte impegno di testimonianza cristiana”. Con Treanor abbiamo fatto il punto del cammino europeo alla vigilia della plenaria della Comece, che si apre oggi a Bruxelles (fino al 24 novembre). Con il suo quinto allargamento, l’Europa sta vivendo un ulteriore momento di passaggio. Sono maggiori i punti interrogativi o le speranze? “L’8 novembre la Commissione europea ha presentato una comunicazione sull’allargamento dell’Unione e le strategie per l’integrazione dei Paesi candidati. Nella strategia del commissario per l’allargamento, Olli Rehn, si è passati dal concetto originario di capacità di assorbimento dell’Unione a quello più significativo di capacità di integrazione , che prevede un ingresso dei Paesi candidati nel segno del rispetto della loro identità, storia e cultura. La Comece condivide e incoraggia questa disponibilità dell’Unione che costituisce un fattore di sviluppo politico, economico e culturale di tali Paesi. Nell’Europa a 25 vi sono tuttavia molti punti interrogativi al riguardo. Prova ne sono, più di un anno fa, i risultati negativi dei referendum sul Trattato in Francia e nei Paesi Bassi, oltre ad una certa tendenza riscontrabile a livello di capi di Stato e di Governo a non realizzare il metodo comunitario ma a pensare e fare politica nel senso dello Stato nazione. Inoltre la paura della globalizzazione, della minaccia del trasferimento del lavoro nei Paesi in cui la manodopera costa meno, delle migrazioni e dell’islam è alla radice dei timori e delle incertezze verso il futuro che serpeggiano nella società europea e influenzano anche la politica”. Come valuta lo stato del processo di unificazione? “Si potrebbe dire che l’Europa, 50 anni dopo il Trattato di Roma, è un progetto storico unico che ha realizzato un grande successo in termini di pace e solidarietà, non solo a livello finanziario con i fondi strutturali e di coesione, ma anche come metodo politico di integrazione tra Stati. Paradossalmente oggi, 50 anni dopo, di questo successo i cittadini non sono realmente consapevoli. C’è bisogno di un capillare lavoro di educazione civica e presa di coscienza affinché i timori descritti sopra non rallentino un cammino al quale molti Paesi guardano con speranza, auspicando un giorno di far parte dell’Ue o almeno di instaurare con questa strette relazioni”. Rispetto al patrimonio di tradizione e valori cristiani, qual è il ruolo dei cattolici nel processo di costruzione europea? “La partecipazione alla politica è compito di tutti i cattolici. Noi diamo per scontato la pace, mentre i cinque decenni appena trascorsi costituiscono una condizione straordinaria, risultato dell’impegno di tutti, politici e cittadini comuni. Affinché tale situazione possa perdurare, bisogna che i cristiani si impegnino nella valorizzazione di questo progetto votando i membri del Parlamento europeo, prendendo parte ai processi di consultazione lanciati dalla Commissione, vivendo insomma la cittadinanza europea in modo attivo a livello individuale e di movimenti laicali e, in quanto cattolici, promuovendo la conoscenza reciproca, tra comunità e tradizioni cristiane diverse, per la valorizzazione di una ricchezza culturale e religiosa che continui a dare linfa all’ideale europeo”. A volte si sentono serpeggiare fra i giovani diverse forme di euroscetticismo… “I giovani sono gli artefici della futura identità europea, ma non ne hanno conosciuto direttamente la genesi. Di qui l’importanza di tenerne viva la memoria. Occorre educare i giovani attraverso una formazione civica che dia loro la consapevolezza dell’orizzonte europeo come dimensione della propria identità nazionale. Infine, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo: terrorismo, ambiente, energia, disoccupazione, non è difficile far comprendere ai giovani che esse non possono essere affrontate a livello nazionale, che il progetto europeo contiene nel suo Dna la volontà politica di cooperare insieme nella consapevolezza che ai diritti devono fare riscontro corrispondenti doveri”.