TOUSSAINT2006

Nel cuore della società

La Chiesa in pista a Bruxelles dopo Vienna, Parigi e Lisbona. Nel 2007 a Budapest

“L’obiettivo del congresso, rimettere la Chiesa in pista affinché possa offrire agli uomini di oggi il suo messaggio sul senso della loro esistenza, è stato raggiunto. Ci siamo mostrati senza complessi e senza arroganza, e abbiamo raccolto almeno il 50% in più delle persone che ci aspettavamo”. Così l’arcivescovo di Bruxelles, card. GODFRIED DANNEELS , commenta il congresso internazionale per la nuova evangelizzazione “Toussaint2006” che si è chiuso nella capitale belga il 5 novembre. Durante una tavola rotonda svoltasi tra i cinque cardinali e arcivescovi promotori dell’iniziativa che ogni anno dal 2003 si svolge in una capitale europea (Vienna, Parigi, Lisbona, Bruxelles e nel 2007 Budapest), richiamando il tema dell’incontro (Venite e vedete), il card. Danneels ha osservato: “Non si potrà dire che non siamo stati visti!”. Per l’arcivescovo, del resto, “la religione non è un fatto privato: essa ha il suo posto nella vita pubblica, nel cuore della società”. VERSO BUDAPEST 2007. Oltre 100mila i partecipanti all’iniziativa; 5mila al congresso propriamente detto che si è svolto nella basilica di Koekelberg; gli altri suddivisi tra le oltre 700 attività (incontri di preghiera, conferenze, tavole rotonde, mostre e concerti) organizzate nelle parrocchie di Bruxelles e nella comunità cristiane presenti nel Paese. Tra loro 1500 persone provenienti da Francia, Portogallo, Ungheria, Paesi Bassi, Austria, Italia, Canada e Australia. “Abbiamo toccato un punto di non ritorno” ha commentato il card. CRISTOPH SCHÖNBORN , arcivescovo di Vienna, sede della prima edizione. L’anno prossimo la fiaccola passerà al card. PETER ERDÖ , arcivescovo di Budapest, che ha affermato: “Ciò che ho vissuto questa settimana a Bruxelles costituisce per me un prezioso incoraggiamento per proseguire nella serie dei grandi raduni dedicati alla sfida dell’evangelizzazione nelle metropoli”. CORRENTI DI VITA. “Nella storia – ha osservato il fondatore della Comunità di Sant’Egidio ANDREA RICCARDI – vi sono forze profonde che, come terremoti, possono provocare grandi sconvolgimenti. Vi sono profonde correnti di vita, d’amore, di fede. Soprattutto, la storia non è una linea diritta e prevedibile: l’imprevisto è sempre possibile perché essa non è abbandonata a se stessa, ma è amata e abitata da una corrente profonda di spirito d’amore”. Per Riccardi, “è soprattutto in mezzo ai poveri della terra che questo amore si percepisce”; per questo “il cristiano che ha capito qualcosa della sua esistenza sceglie di andare verso i luoghi dei poveri e degli emarginati”. Evangelizzare, quindi, essendo “amici dei poveri”, ma anche mantenendo “uno stretto legame con la preghiera”. Secondo ENZO BIANCHI, priore della Comunità di Bose, “l’evangelizzazione non può essere autentica se non ha come sorgente la preghiera: solo chi ha ascoltato la Parola di Dio – e abbiamo visto come questo ascolto sia il fondamento della preghiera – può diffonderla”.NEL MONDO DEI GIOVANI. Per TIMOTHY RADCLIFFE, già maestro generale dell’Ordine dei domenicani, “evangelizzare è innanzitutto andare incontro alle persone”. Riferendosi in particolare ai giovani, padre Radcliffe ha affermato che “occorre entrare nel loro mondo, anche se esso non condivide i nostri valori”. Oggi i giovani “si accontentano di vivere alla giornata; se rifiutano la religione non lo fanno in modo aggressivo, ma perché ritengono di non avere bisogno di trascendenza” e “sono attaccati a tre valori essenziali: la felicità, la libertà e l’autenticità”. Di fronte “all’epidemia dei suicidi giovanili”, per il religioso occorre allora “invitare i ragazzi alla felicità che ha la sorgente in Cristo, che, solo, è in grado di renderli autenticamente liberi”. Occorre inoltre “mostrarsi annunciatori e testimoni fedeli delle proprie convinzioni ma, al tempo stesso, umili e attenti ad eventuali tracce di verità presenti nei non credenti”.PROGETTO “GIOIA DI VIVERE”. “La sola vocazione che merita di essere vissuta è quella dell’amore”. Non ha dubbi MAGGY BARANKITSE’, fondatrice in Burundi della casa Shalom per bambini vittime della guerra e dell’Aids. “L’obiettivo con il quale lavoro – ha spiegato – è che i bambini del mondo abbiano tutti gli stessi diritti, e la strategia è quella dell’amore”. “A volte – ha proseguito Barankitsé – sono stanca di proporre progetti ai Paesi del Nord. Non si potrebbero invertire i ruoli? Perché voi europei non avete mai un progetto da sottoporci? Ad esempio un progetto intitolato Gioia di vivere. Finalmente saremmo noi a potervi rispondere: sì, il vostro progetto è approvato. Siamo ricchi d’amore, venite da noi. Non abbiamo che miseria da offrirvi, ma i nostri cuori sono pieni di speranza da condividere”. Per la fondatrice di casa Shalom, i bambini del Burundi che “hanno saputo perdonare gli assassini dei propri genitori”, potrebbero “accendere sul nostro e sul vostro continente la lampada del perdono”.