SPAZI SACRI IN EUROPA

Pietre che uniscono

Chiese e città: tra memoria e modernità

L’edificio liturgico è, oggi più che mai, parte integrante non solo del contesto geografico, ma anche di quello storico e sociale. Questa la tesi emersa dal 4° convegno internazionale sul tema “Architettura e liturgia nel Novecento. Esperienze europee a confronto”, tenutosi a Venezia il 26 e 27 ottobre scorsi. L’edificio chiesa “è stato analizzato non come soggetto tipologico a sé stante, bensì come architettura dentro la città e in relazione con essa”, capace di “riplasmarsi per contribuire a vivificare la propria funzione in relazione ai mutamenti storici, culturali e sociali”. “Soprattutto a partire dal dopoguerra, il rapporto fra città e società è stato fortemente caratterizzato dalla presenza aggregante delle chiese e dei centri parrocchiali, sia dal punto di vista urbano che sociale. In una realtà multiculturale come la nostra – hanno aggiunto -, il valore di questi luoghi si conferma primario per la funzione che svolgono, spesso in assenza di altri presidi sul territorio”. Austria, Belgio, Portogallo e Repubblica Ceca le nazioni al centro della riflessione. LE DIFFICOLTÀ DEL CAMBIAMENTO. “La situazione economica della maggior parte delle diocesi austriache è buona e per il momento nessuno pensa a chiudere o a vendere chiese o cappelle”, diversamente da quanto “accade in altri Paesi”. Così CONRAD LIENHARDT , esperto di architettura liturgica della diocesi di Linz ( Austria ), ha motivato l’interesse austriaco per la progettazione e realizzazione di edifici per il culto. “La storia dell’architettura liturgica in Austria – ha precisato – rispecchia non solo i mutati rapporti tra Chiesa cattolica e Stato, ma anche i cambiamenti al suo interno, il diverso significato sociale e le tensioni tra rivolte, rassegnazione e restaurazione”. L’esperto ha ricordato il “movimento liturgico popolare” negli anni venti del Novecento e, nel dopoguerra, la figura di Clemens Holzmeister, che “ha dato, con il suo magistrale talento, un notevole impulso all’architettura liturgica”. “Opere considerevoli” si ritrovano anche fra le realizzazioni più recenti, tuttavia Lienhardt ha messo in luce i “dubbi in merito alla forma dello spazio per le celebrazioni liturgiche” che si osservano oggi, “riconducibili alle mutate condizioni della nostra società”. Cambiamenti sociali che generano tensione “tra l’idea di modernità e i concetti fondativi dello spazio religioso” secondo JOSE MANUEL FERNANDES , docente al dipartimento di architettura dell’università di Lisbona. In Portogallo , ha spiegato lo studioso, “l’architettura religiosa della chiesa cattolica ha assunto, nel ventesimo secolo, una fisionomia specifica, espressione dei valori, dei mutamenti e dei conflitti che hanno attraversato il Paese”. RIFLESSIONE RECENTE. La REPUBBLICA CECA , invece, ha conosciuto l’architettura liturgica moderna nel ventesimo secolo, e precisamente dopo il 1918, anno di nascita della Cecoslovacchia. “Negli anni venti sorsero a Praga alcune costruzioni esemplari, che seguivano le ‘linee liturgiche’ internazionali”, ha ricordato KAREL RECHLIK , direttore del museo diocesano di Brno, osservando come questo processo sia stato interrotto dalla seconda guerra mondiale e, poi, dagli anni del regime comunista. Ma con un’eccezione: “Alla fine degli anni sessanta furono costruite opere solitarie a Senetá?ov, Tichá e Frenštátu, reazione alle nuove idee architettoniche e alle esigenze liturgiche del Concilio Vaticano II”. Chiese e cappelle sono state invece edificate in grande quantità dopo il 1989, e quelle più recenti sono “convincenti sia dal punto di vista artistico, sia spirituale” nonostante i “periodi bui” abbiano portato una “scarsa qualità architettonica e poca chiarezza di idee teologico-liturgiche, esclusivamente dipendenti dalle concezioni del costruttore”. EQUILIBRIO E APERTURA. Il Concilio ha segnato un punto di svolta anche per il Belgio , permettendo la comparsa di “un’autentica modernità”, come ha spiegato il benedettino FRÉDÉRIC DEBUYST del monastero di Clerlande. “Questo stupefacente ritardo – ha precisato – darà tuttavia luogo ad alcune felici conseguenze. La nuova visione proposta dal Concilio, che vede particolarmente attivi i vescovi e i teologi belgi, consentirà al Paese di superare con un sol balzo tutte le tappe intermedie in cui alcune nazioni straniere erano invece rimaste intrappolate, e di collocarsi senza indugi in posizione avanzata”. Un movimento che “fino ai giorni nostri non ha subito alcun rallentamento” e, “costantemente incoraggiato dai vescovi”, si è occupato di “questioni essenziali quali l’assemblea vivente, la doppia polarità della Parola e dell’altare, la profonda unitarietà del luogo”, tanto da far ritenere le chiese belghe della fine del ventesimo secolo “edifici religiosi in grado di offrire una situazione d’insieme davvero equilibrata e, al contempo, molto aperta”, capace di conciliare le esigenze della liturgia e dell’architettura.