ANNA POLITKOVSKAYA
La giornalista uccisa perché “coscienza del giornalismo”
È estremamente difficile comprendere che cosa stia accadendo oggi in Russia, e non solo per gli stranieri, ma anche per molti cittadini russi, a causa dell’immagine falsa e frammentaria che ne danno i mass media. Per questo è molto importante avere giornalisti che cerchino di offrire una vera immagine della realtà, che aiutino a comprendere le cause degli eventi e le loro motivazioni. Anna Politkovskaya, 48 anni, assassinata il 7 ottobre 2006 nell’ascensore del palazzo in cui abitava, era corrispondente speciale per il giornale Novaya Gazeta e autrice di libri che documentavano la criminalità russa. Era una giornalista che sfidava il sistema e le autorità. Era stata bandita dalla televisione russa – ma, paradossalmente, il suo volto era noto a tutti. Non conoscevo Anna di persona, ma ci siamo incontrati più volte durante le presentazioni di Amnesty International. Io tra i reporter, lei una dei relatori. Cercava di dire al mondo la verità sui crimini compiuti in Cecenia, sulle violazioni dei diritti umani che si verificavano in tutta la Russia, sugli abusi di potere, sulla corruzione esistente in tutti gli strati e in tutti gli angoli della società. E avevo visto come si era rattristata dopo le domande aggressive di colleghi sostenitori del governo, che non avevano alcun interesse per la verità. Anna provava vergogna che quelle persone, che si definivano “giornalisti”, fossero così sleali, poco obiettive e ignoranti… Così come Andrei Sakharov o Alexander Solzhenitsyn erano “la coscienza della nazione”, Anna Politkovskaya era considerata “la coscienza del giornalismo” in Russia. Dopo la sua morte, il preside della Facoltà di Giornalismo dell’Università di Mosca, Yassen Zassoursky, ha detto: “Hanno sparato alla nostra coscienza”. Insegnando agli studenti della stessa università e cercando di risvegliare le coscienze nella valutazione della realtà, ho citato spesso i testi di Anna e in molti casi pratici ho chiesto agli studenti di immaginare quale approccio avrebbe avuto Anna a determinate situazioni. La ammiro profondamente per non essere emigrata dalla Russia nonostante le minacce di morte che aveva spesso ricevuto. Il caso più noto fu il tentativo di avvelenamento subito a bordo dell’aereo con cui si recava a Beslan per indagare sulla tragedia degli ostaggi. In quell’occasione, i medici le salvarono la vita, ma ora non sono riusciti a fermare i proiettili. Dal 1993 sono stati assassinati oltre 40 giornalisti, ma non è stato incarcerato nemmeno un assassino. Per esempio, a più di due anni dall’uccisione a Mosca del giornalista statunitense Paul Khlebnikov, responsabile dell’edizione russa della rivista Forbes, il mandante del delitto non è ancora stato identificato. Quando è stata uccisa, Anna Politkovskaya stava lavorando ad un articolo che parlava di torture nei confronti dei civili ceceni da parte delle forze di sicurezza, fedeli al primo ministro della regione, simpatizzante per il governo di Mosca. Il suo reportage era stato pubblicato sul principale quotidiano russo dell’opposizione, la Novaya Gazeta, uno dei pochi mezzi di diffusione indipendenti rimasti tra i mass media sempre più soggetti al controllo dello Stato. Anna è stata assassinata nel ventesimo anniversario dell’annuncio della politica della glasnost di Mikhail Gorbachev – che portò in poco tempo ad una sempre maggiore libertà di stampa. Gorbachev ne ha ha definito l’uccisione “un grave crimine contro il paese, contro tutti noi… [e] un colpo per tutta la stampa democratica e indipendente”.Anna Politkovskaya aveva ripetutamente condannato anche la colpevole indifferenza delle società occidentali verso quello che sta accadendo in Russia. Essa scriveva per lo più di diritti civili; in molti casi anch’io sento indifferenza da parte dei cattolici occidentali nei confronti di ciò che succede ai cattolici in Russia… Nella vita come nella morte, Anna si è dimostrata abile nell’esporre il lato oscuro della Russia moderna. Tutte le sue pubblicazioni avevano un ideale, un obiettivo – servire il bene comune, avvicinare il tempo della solidarietà e della sussidiarietà, rendere la società più umana e quindi più cristiana. È per questo motivo che tante persone stanno pregando per lei e che c’è una croce sulla sua tomba. Tutta la sua vita potrebbe essere descritta come un richiamo a noi – giornalisti e lettori, russi e stranieri, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti – ad andare in profondità, duc in altum ! È un richiamo eterno, ma, come ricorderete, Papa Giovanni Paolo II lo sottolineò nel “Tertio Millenio Ineunte”, specialmente per le genti del Terzo Millennio. Anna Politkovskaya ha fatto risuonare forte questo richiamo in Russia.Preghiamo per Anna, andiamo coraggiosamente in profondità e sproniamo tutti coloro che ci circondano!