UNIONE EUROPEA

Mezzo secolo di storia

Capi di stato e di governo firmeranno nel marzo 2007 a Berlino una “carta di intenti”

L’Ue prepara le celebrazioni per il proprio cinquantesimo compleanno, che cadrà nella prossima primavera, in corrispondenza del mezzo secolo dei Trattati istitutivi della Comunità economica europea (25 marzo 1957). Nei giorni scorsi la Commissione ha scelto il logo per tutte le manifestazioni che saranno poste in calendario, a cominciare dal summit straordinario previsto a Berlino il 25 marzo 2007. Sulle prospettive costituzionali nell’Unione, SIR ha incontrato a Bruxelles il commissario FRANCO FRATTINI , italiano, responsabile dei settori sicurezza, libertà e giustizia. Sulla Costituzione europea è da tempo calato il silenzio. Dopo le bocciature giunte dagli elettori francesi e olandesi, il dibattito in materia fa fatica a riemergere. Va riconosciuto, in questo senso, almeno l’impegno del cancelliere tedesco Angela Merkel, che nel prossimo semestre guiderà il Consiglio Ue. Lei crede che la presidenza tedesca saprà dare nuovo slancio alla Carta? “Sono convinto che potremo avere una Costituzione per l’Unione europea se, nel corso del semestre tedesco, si giungerà a definire un calendario vincolante, con tappe precise e l’indicazione dei grandi temi che meritano una risposta costituzionale. Fra di essi, personalmente sono convinto che ci sia anche il discorso della citazione delle radici cristiane dell’Europa”. A suo avviso, il testo della Carta firmata nel 2004 deve essere completamente riscritto oppure solo “ritoccato”? “Io non credo alla necessità di ripartire da zero né di riscrivere il testo. C’è invece lo spazio per una rinegoziazione di alcune parti o articoli. E poi ravvedo un’altra priorità. È infatti doveroso accelerare i tempi per varare definitivamente la Costituzione prima delle elezioni per il Parlamento europeo, che si terranno nell’estate 2009. Non possiamo permetterci di far saltare questo appuntamento. Come spiegheremmo ai cittadini un simile fallimento? E su quale base li inviteremmo ad avere fiducia nell’Ue e a recarsi alle urne per eleggerne l’assemblea parlamentare?”. Nel corso della presidenza tedesca dell’Ue, i capi di Stato e di governo si ritroveranno a Berlino per firmare una “carta d’intenti” che ribadisca la fiducia nell’integrazione, ne espliciti i valori fondativi e i principali obiettivi. Secondo lei, cosa dovrebbe trovar posto in questa dichiarazione solenne? “Due questioni. Anzitutto si dovrà ribadire, con forza, che l’Europa comunitaria è nata e prosegue il suo percorso per difendere grandi ideali e non solo conquiste economiche. L’Ue deve cioè essere una comunità basata sui valori; dopodiché può anche diventare un mercato unico, può avere politiche comuni e una stessa moneta. Quali valori? Sono già espressi nella Costituzione: comprendono la libertà, la solidarietà, la centralità della persona… Si deve affermare che lo Stato, e anche le istituzioni sovranazionali, devono avere un ruolo servente rispetto al cittadino. Chi vuole vivere nell’Unione, deve far propri questi punti fermi. Ciò varrebbe anche quale elemento di integrazione per i numerosi immigrati che vengono legalmente a vivere nei nostri Paesi”. La seconda questione? “Nella dichiarazione di Berlino si dovrà ribadire la reciproca fiducia e la solidarietà fra gli Stati aderenti. Altrimenti sarà impossibile giungere a una reale integrazione e occorrerà sempre raggiungere l’unanimità dei consensi per qualunque decisione comunitaria. Il potere di veto è un nemico dell’integrazione. Gli Stati devono consapevolmente rinunciare a parti di sovranità nazionale per costruire una comunità più ampia, solida, sicura ed efficace. Così facendo, i governi manderebbero anche un segnale convincente ai loro cittadini: di questa Europa ci si può fidare, l’Ue porta benefici agli individui e alle comunità nazionali. Anche allo scopo di far procedere l’Unione, è necessario ridurre le inquietudini delle persone e la distanza che separa le istituzioni Ue dai cittadini”. Inquietudini che non accennano a diminuire nei Paesi dell’Est, da poco membri della “casa comune”. “È vero, abbiamo questo problema. I cittadini dei nuovi aderenti non riescono ancora a sperimentare i vantaggi provenienti dalla Ue. Dobbiamo quindi impegnarci tutti, a partire dall’Ue e dagli stessi Stati, ad evidenziare quei vantaggi concreti che effettivamente già esistono. Ma non sempre ravvedo la disponibilità di certi governi”. Il Parlamento europeo ha recentemente rinviato il voto, solo consultivo, sulla proposta di trasformare l’Osservatorio dei fenomeni di razzismo in una vera e propria Agenzia dei diritti fondamentali, dotata di un mandato più ampio. È un tema di sua competenza: cosa ne pensa? “Eravamo di fronte a due perplessità: l’attribuzione all’Agenzia di competenze in materia di cooperazione giudiziaria e di polizia e l’eventuale estensione dei suoi compiti oltre i confini Ue, comprendendo ad esempio i Balcani. Ora abbiamo alcune settimane di tempo per definire meglio il profilo dell’Agenzia, sulla quale si dovrà esprimere il Consiglio europeo a dicembre. Ma sono convinto che gli ostacoli incontrati siano superabili”.