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Malgrado le differenze

27 ottobre 1986, a ventun anni dalla Nostra Aetate, la dichiarazione conciliare sulle religioni non cristiane, promulgata il 28 ottobre 1965, Giovanni Paolo II osava un gesto profetico: riuniva i rappresentanti delle varie religioni ad Assisi per pregare per la pace. Da allora questo incontro si rinnova ogni anno. È noto che Benedetto XVI, allora cardinale Ratzinger, aveva qualche preoccupazione, accentuata dalla situazione culturale in Europa che ben conosceva. Il suo timore veniva dal relativismo, secondo cui la verità non può essere raggiunta e dal sincretismo che livellerebbe ogni religione per farla entrare in uno stampo comune. Il dialogo non può ridursi ad evidenziare ciò che si ha di comune, dimenticando e sottovalutando le differenze. Ciò non ha impedito al Papa di scrivere il 2 settembre scorso una lettera al vescovo di Assisi in occasione di questo anniversario. Nel messaggio si dispiace che la pace sia così lenta ad arrivare. Si potrebbe in effetti avere oggi l’impressione che “non soltanto le difficoltà culturali, ma anche le differenze religiose costituiscano motivo di instabilità o di minaccia per le prospettive di pace”.Tuttavia, Benedetto XVI continua a credere che la religione possa essere portatrice di pace. Malgrado le differenze che caratterizzano i vari percorsi religiosi, il riconoscimento dell’esistenza di Dio non può che disporre i credenti a considerare gli altri esseri umani come fratelli. E, per arrivare a questo, proprio come Giovanni Paolo II, egli crede nell’importanza della preghiera. Ciononostante, in questa lettera, il Papa ritorna sulla sua preoccupazione per il relativismo che vede sempre più impossessarsi dell’Europa. Questo, come filosofo, come credente e come teologo, il Papa non lo può accettare. Non ha forse ragione? Se, con il dialogo, vogliamo posare una pietra sull’edificio di una umanità pacificata, bisogna che approfondiamo la nostra specificità ed abbiamo il coraggio di annunciarla.Con dolcezza, con rispetto e con retta coscienza. Il dialogo non si accontenta di vedere ciò che è comune, ma anche ciò che ciascuno può offrire di unico all’altro, senza dimenticare ciò che egli ne può ricevere nella comune e sincera ricerca di Dio.È dunque più importante che mai che le Chiese cristiane mettano in luce la propria specificità nel concerto religioso. Altrimenti, a che serve continuare a dialogare? Forse è questo uno degli obiettivi dell’evento “Bruxelles-Ognissanti” (Bruxelles-Toussaint 2006), che si apre tra qualche giorno, e di analoghe iniziative di altre Chiese d’Europa.Certamente le parole di Benedetto XVI, che in queste ultime settimane sono risuonate con la dolcezza e la fermezza che lo contraddistinguono, saranno al centro delle riflessioni e dei progetti dei presidenti delle conferenze episcopali europee riuniti in questi giorni a San Pietroburgo. Anche da questo luogo viene un grande segno di speranza.