CCEE: MIGRAZIONI
In aumento i giovani che migrano in cerca di lavoro
Si è concluso con un appello per politiche di sviluppo ed accoglienza dei giovani immigrati in Europa l’incontro dei direttori nazionali per le migrazioni delle 25 Conferenze episcopali d’Europa sul tema “Giovani e Migrazioni: una chance per la Chiesa e la società in Europa”, promosso (21-24 settembre) a Siguenza, in Spagna, dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee). Il fenomeno immigratorio – hanno affermato – è “conseguenza di una ingiusta situazione di povertà e di sottosviluppo che colpisce soprattutto i giovani i quali si lanciano nell’avventura di conquistare il ‘sogno’ europeo con il desiderio di fuggire dalle loro povertà e di quelle delle loro famiglie”. I partecipanti hanno rivolto un appello ai responsabili dei Paesi europei, dell’Onu, del Consiglio d’Europa e dell’Ue affinché “stabiliscano politiche più efficaci di aiuto allo sviluppo dei Paesi poveri, con un maggior controllo dei traffici di esseri umani”. LABORATORIO ECUMENICO. “La pastorale delle migrazioni in Europa – ha detto mons. Aldo Giordano, segretario generale del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee) – deve rappresentare un laboratorio per l’ecumenismo” e “incentivare gli incontri tra le religioni nei vari continenti”. Oggi le migrazioni – ha affermato – stanno cambiando “il volto dei nostri Paesi, soprattutto con la presenza dei giovani che migrano per ragioni di lavoro” Questo fenomeno – secondo il presidente della Commissione migrazioni Ccee, mons. LOUIS PELATRE – deve “interrogarci, senza nascondere le difficoltà che esso comporta”. Le migrazioni dei giovani rappresentano – ha detto mons. JOSÉ SANCHEZ GONZALES , presidente della Commissione per le Migrazioni della Conferenza episcopale spagnola – una realtà incontrovertibile e per questo occorre dialogare con loro per “costruire una società giusta ed armonica”. LA SFIDA. “La sfida – ha spiegato Lorenzo Prencipe, direttore del Centro studi emigrazione (Cser) – è far sì che i giovani immigrati extraeuropei possano far parte integrante delle società in cui vivono”. Fino a quando questi giovani, provenienti da Paesi extraeuropei “non trovano in Europa diritto di cittadinanza non riusciremo a rispondere alla sfida della loro completa integrazione nella realtà delle nostre società. Il percorso deve partire dalla scuola, proseguire nella vita lavorativa e infine nel diritto di cittadinanza. Solo quando questo diritto sarà completamente acquisito – ha concluso – un giovane immigrato nei Paesi europei può finalmente dire di far parte integrante del Paese in cui vive”. I giovani, infatti, “non sono estranei alle nostre società: essi – secondo JOSÈ DA SILVA , direttore della Pastorale dei migranti della Conferenza episcopale francese – rappresentano il barometro sia delle società che delle nostre Chiese”. I giovani “non sono il futuro delle nostre società e delle nostre Chiese ma il presente. Essi ci spingono a prendere coscienza dell’emergere di un popolo nuovo che non possiamo in alcun modo ignorare. Nello stesso tempo non dobbiamo aspettare che essi diventino adulti ed anziani per considerarli parte integrante nelle nostre società”. Davanti al grande fenomeno delle migrazioni in Europa – ha detto RUI MANUEL DA SILVA PEDRO , segretario della Commissione episcopale per le Migrazioni della Conferenza episcopale portoghese – “non dobbiamo guardare alle bandiere ma a coloro che portano le bandiere”. In Portogallo sono presenti circa 500mila immigrati: nello stesso tempo questo Paese rimane un Paese di emigrazione con un flusso che continua e che riguarda soprattutto i giovani che cercano in altre città europee prospettive di lavoro e di futuro. In questo Paese c’è attenzione da parte della Chiesa locale verso questi uomini e donne: è in corso – ha aggiunto Da Silva Pedro – “la revisione dei catechismi con contenuti pedagogici e pastorali legati sia alle situazioni dei migranti ma anche a quelle dei portoghesi che vanno all’estero, un impegno significativo per creare itinerari formativi della fede adattandoli alla realtà migratoria portoghese”. SEGNO DEI TEMPI. Le migrazioni sono “un segno dei tempi” e per lo stesso motivo “un ottimo luogo teologico – ha aggiunto don JOSÈ MAGANA , responsabile della pastorale degli emigrati di lingua spagnola in Belgio – per costruire il pensiero ed orientare l’azione della Chiesa in queste circostanze”. Secondo il sacerdote spagnolo una situazione “propria o specifica” dei giovani in emigrazione che “influisce” sulla loro fede è “la frattura generazionale” per quanto riguarda l’aspetto religioso. “Nella trasmissione del cammino religioso – ha detto – conta molto il contesto in cui uno cresce”. Le tradizioni dei propri genitori “non li trova vissuti nel contesto in cui vive ed difficile per lui aderirvi”. Da qui la necessità, più volte ribadita, di una pastorale più aperta ed in uno spirito si dialogo e di collaborazione con i giovani che vivono in emigrazione. Ecco perchè occorre superare le “gravi carenze delle politiche di accoglienza per evitare eventi dolorosi di cui sono stati protagonisti recentemente giovani immigrati”.