BENEDETTO XVI E ISLAM
Solo, come i veri profeti?
Martedì 12 settembre 2006, nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg, introdotto dall’indirizzo di omaggio del Rettore, il professor Alf Zimmer, Benedetto XVI ha rivolto al mondo della scienza una lectio magistralis sul tema: “ Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni“. Poiché lo stile e la struttura della lectio, nonché il criterio adottato per le sue citazioni filologiche, sono stati rigorosamente accademici, non si riesce a capire né il silenzio degli intellettuali ai quali essa è stata destinata – cristiani ma anche islamici – né il chiasso di quanti ne hanno fatto il pretesto non per un libero dibattito culturale ma per proteste di piazza o di strumentalizzazioni politiche e medianiche. Il più eminente islamologo contemporaneo, di fede musulmana e autore di Humanisme et Islam (Puf) e di una poderosa e recente Histoire de l’Islam (Albin Michel), ovvero il professore Mohammad Arkoun, da anni sostiene che l’Islam non è stato compreso né dagli occidentali e nemmeno dai Paesi islamici contemporanei, perché per motivazioni diverse sia dall’una parte che dall’altra non si è voluto prendere sul serio il contributo intellettuale e autenticamente religioso che esso può ancora offrire sia agli uni che agli altri. Arkoun ha testualmente affermato, in una recente trasmissione su France 2, che “nell’età moderna, per una serie di fattori, l’Islam è stato preso in ostaggio per servire obiettivi di legittimazione politica che sono estranei alla sua cultura e alla sua religione”. Ebbene, questo è proprio il senso della lezione di Regensburg: tornare a dare all’Islam il suo volto genuino, fatto di alta intellettualità e religiosità vera, sottraendolo a quella “presa in ostaggio” di cui parla Arkoun, e questo affinché l’Islam possa offrire il suo contributo prezioso ed indispensabile per la crescita culturale e religiosa non solo dei Paesi arabi, ma degli stessi Paesi occidentali, sempre più chiusi alla dimensione del “sacro”. Questo è il messaggio della Lectio che non si è capito o non si è voluto capire.Ma accanto ai molteplici contenuti esposti da Benedetto XVI nella Lectio, che si possono approfondire dignitosamente solo in ambito accademico, vi è un aspetto che dovrebbe essere introdotto in questo dibattito ormai planetario. Ovvero che il tema della Lectio , centrato sull’indispensabile rapporto della fede con il logos, con la ragione, come pure di rimando l’indispensabile apertura che la vera ragione deve avere nei confronti della fede religiosa, è stato un discorso ad intra , rivolto cioè alla odierna cultura cristiana e anche cattolica, la quale proprio nelle università, a motivo del dominante “pensiero debole”, sembra avere smarrito in molti settori filosofici e teologici l’alleanza tra ragione e fede. L’ammonimento è stato di evitare, nell’insegnamento filosofico e teologico, come già aveva insegnato la Fides et ratio , di separare la fede dalla ragione, perché una ragione che non riconosce al suo interno la dimensione intellettuale della fede è una ragione impoverita, incapace di rispondere ai più importanti bisogni dell’uomo, mentre una fede che rifiuta la ragione può trasformarsi in fondamentalismo: ed entrambi gli esiti sono contro l’uomo. Ora ciò che è paradossale, e che non è stato colto da nessuno degli intervenuti nel dibattito, è che questa lezione dell’alleanza della fede con il logos e la ragione, la cristianità l’ha appresa e fatta propria una volta per tutte proprio dalla grande filosofia araba, che ancor prima della scolastica medievale, nel periodo del massimo splendore culturale, filosofico e religioso dell’Islam, ha saputo elaborare una così raffinata riflessione sui rapporti tra ragione e fede da affascinare il pensiero cristiano, che l’ha assimilata, talvolta dimenticata ed ora autorevolmente riproposta. È dalle traduzioni in arabo delle opere di Platone, Aristotele e i neoplatonici, avvenute inizialmente in Siria, che la cristianità viene a conoscenza della filosofia greca e in particolare delle opere di Aristotele, interpretate e assimilate con i principi del Corano da tutte le scuole di filosofia araba, in Oriente (Bagdad), in Africa (Kairuan) e nella Spagna araba. Il primo filosofo arabo, Al-Kindi (IX secolo), ci ha lasciato oltre 260 opere tutte attraversate dalla convinzione dell’armonia tra ricerca razionale e rivelazione coranica. Sempre nel IX secolo Al-Farabi, che svolge a Bagdad il suo insegnamento, ci ha lasciato importanti commenti alle opere di Platone e di Aristotele, e in particolare il De intellectu et intellecto , meditato e ripreso da Tommaso D’Aquino. Nell’XI secolo compare il più eminente filosofo arabo Ibn Sina (Avicenna), uno dei più importanti commentatori della Metafisica di Aristotele, autore egli stesso di una poderosa Metafisica (ora tradotta in italiano, con testo arabo e latino), il quale per primo afferma il primato dell'”essere” come oggetto della metafisica, impiantando su di esso le prove metafisiche dell’esistenza di Dio. Analogamente il filosofo Avenpace scrive Congiunzione dell’intelletto con l’uomo , in cui sostiene la validità del logos greco, anche per un credente; e parimenti fa l’enciclopedico medico, astronomo e filosofo Ibn Tofayl, che addirittura assegna all’intelletto il cammino verso il cielo. Naturalmente ci fu anche allora una reazione antifilosofica, che si manifestò però come polemica culturale, ad opera soprattutto di Al-Gazali, nato nell’Iran nel XI secolo, e che si espresse soprattutto nell’operetta: L’incoerenza dei filosofi , nella quale condannava in toto la filosofia, in nome di una visione puramente mistica e fondamentalista della fede coranica. Ma a quest’opera ed alle sue tesi risposero con vigore i filosofi arabi residenti in Spagna, dove a Cordova il califfato aveva realizzato capolavori insuperabili di arte, ma anche un clima di tolleranza, fraternità e dialogo con ebrei e cristiani che dovrebbe essere preso ancora oggi a paradigma di rapporti interreligiosi ed interculturali. Il più grande filosofo del XII secolo, Ibn Rushd (Averroè) risponde con sarcasmo ad Al-Gazali con un’opera intitolala L’incoerenza dell’incoerenza dei filosofi , nella quale smaschera le contraddizioni di chi combatte la ragione usando “male” e “incoerentemente” la stessa ragione, e soprattutto lasciandoci opere imperiture sia di commento ai testi di Aristotele, sia sostenendo la necessità che la filosofia si sviluppi in modo autonomo dalla teologia e dalla religione, per essere loro veramente utile. Averroè voleva tener fermo il primato della ragione, ossia il primato di quell’universalismo dell’ humanum che troverà la sua massima espressione nella filosofia di Tommaso d’Aquino, e attraverso di essa, della tradizione più progressista della Chiesa cattolica, del magistero di Giovanni Paolo II ( Fides et ratio ) ed oggi di Benedetto XVI. La lectio ai cristiani ricorda loro una verità che, prima di Tommaso d’Aquino, essi hanno appreso proprio da un grande filosofo islamico: “Non agire con il logos è contrario alla natura di Dio” (Benedetto XVI). Questi esempi mostrano che solo quando si sviluppano la cultura, la filosofia, le discussioni razionali, le armi vengono deposte e si fa spazio solo alla comune “passione della verità”, pur nella differenza delle prospettive. Tra l’altro occorre ricordare come in passato – nel XII secolo, ma anche nella Spagna del XIV e XV secolo – filosofi e teologi cristiani, islamici ed ebrei avessero la consuetudine di dibattere pubblicamente nelle università questioni filosofiche e teologiche della massima importanza, restando sempre sul piano “accademico” e non confondendo mai la quaestio disputata nell’università con una contesa o peggio con una provocazione religiosa dai risvolti politici. Credo che la parte migliore dell’Occidente attenda ancora dall’Islam questo prezioso contributo. Perché una ragione che si preclude alla fede – come quella di gran parte dell’Occidente contemporaneo – e non sa riconoscere le verità, anche intellettuali, che arreca la religione, è destinata anch’essa a trasformarsi in ragione fondamentalista che alla fine farà ricorso non al dialogo ma alle armi.Sorge allora un interrogativo inquietante. Se, come hanno affermato più volte Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, l’Occidente non vuole riconoscere la sua identità cristiana e religiosa, non sta forse avvenendo, specularmente, che anche l’Islam sta smarrendo la propria tradizione religiosa e culturale? E tuttavia – gli intellettuali lo sanno, anche se tacciono – le civiltà che smarriscono la propria identità vera e la propria memoria storica, non hanno futuro. E questo è il grande rischio dell’umanità di oggi: fuori del logos, della parola, della cultura, del rispetto dialogico, esiste solo la barbarie delle armi. E allora il papa resterà solo, come i veri profeti, non solo maestro ma testimone, ovvero “martire”, della verità.