MIGRAZIONI
Incontro europeo promosso dal Ccee
Saranno i giovani immigrati della seconda, terza o quarta generazione al centro dell’interesse delle Chiese europee, durante l’incontro dei direttori nazionali per la pastorale dei migranti in Europa che si svolgerà dal 21 al 24 settembre a Sigüenza, in Spagna, su invito del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee). Il tema di quest’anno è infatti “Migrazione e giovani: una chanche per la Chiesa e la società in Europa”. Vi prenderanno parte una cinquantina di delegati da 25 Conferenze episcopali. Ne abbiamo parlato con p. HANS VÖCKING , collaboratore del Ccee. È la prima volta che le Chiese europee parlano dei giovani immigrati… “Sì, abbiamo scelto questo tema perché ci siamo resi conto che nella pastorale quotidiana c’è molto lavoro da fare. Si constata una certa rottura rispetto ai comportamenti dei genitori. Allora ci si chiede in che misura le comunità etniche possono intervenire con i giovani, che attualmente, attraverso il sistema scolastico e il lavoro, sono un po’ più integrati nelle società di accoglienza. Ma c’è ancora attaccamento alla propria comunità di appartenenza e alla relativa missione. Un secondo problema che incontrano i missionari e i responsabili della pastorale in lingua sono i molti giovani rifugiati politici che entrano in contatto con le reciproche comunità nazionali. Ci si chiede come rispettare le scelte dei giovani e al tempo stesso integrarli nel lavoro pastorale della missione”. In Europa la posizione delle Chiese sulle migrazioni è la stessa ovunque? “In tutte le Conferenze episcopali c’è una posizione comune da una quarantina d’anni, cioè da quando l’immigrazione è iniziata. È una posizione legata all’accoglienza e pensata nelle categorie della ‘caritas’. Le Chiese cattoliche sono sempre gli ‘avvocati’ dei migranti nelle politiche sociali. Si cercano anche dei modi comuni, con le Chiese dei Paesi dell’est, con gli anglicani e gli ortodossi. A Bruxelles spesso le diverse Chiese prendono posizione insieme, perché tutte pensano a partire dall’uomo”. Quali temi verranno affrontati, in particolare, e con quale approccio? “Presenteremo un quadro della complessa situazione giovanile nelle migrazioni, comprese le problematiche e le risposte da dare. Ascolteremo testimonianze da chi lavora da 20 anni nella pastorale dei migranti nelle periferie parigine, a Bruxelles, una città davvero internazionale, formata da tanti giovani che lavorano lì o da figli di funzionari stranieri. Saranno presenti giovani musulmani e buddisti, anche perché nella scuola e nelle università si vive molto in un contesto interreligioso. Proporremo una prospettiva ottimistica, ricordando che la migrazione fa parte della società europea, è un fenomeno che non si può fermare”. Ma le politiche migratorie non sono così ottimiste, perfino la Spagna negli ultimi giorni ha dato una stretta…Come se ne esce? “Attualmente il dibattito in ogni Paese europeo è davvero impegnativo. Se l’Europa guarda alla propria situazione sociale si rende conto che è obbligata a far venire immigrati, ma ultimamente ha più bisogno di persone qualificate come ingegneri, tecnici, infermieri. Non serve più la manodopera, a parte nell’agricoltura. L’Europa in questo momento vuole fermare l’immigrazione ‘selvaggia’ in Spagna e Italia, dove non è più possibile controllarla. Ma sa anche che chi arriva cerca una vita migliore, sono giovani che migrano per mantenere le famiglie in patria. Però molti di loro non possono essere collocati sul mercato del lavoro perché non hanno qualifiche. Questa attualmente è la grande discussione alla Commissione e al Parlamento Ue. Il punto è capire come organizzare una immigrazione regolare secondo i bisogni dei Paesi”. Nei giorni scorsi l’organizzazione per i diritti umani “Human rights watch” ha denunciato abusi e violazioni sui migranti in Libia, che coinvolgono anche Paesi europei. Quali responsabilità? “È il lato negativo di questa immigrazione ‘selvaggia’. Tanti giovani fuggono da Paesi africani per problemi culturali e di povertà. All’inizio i Paesi maghrebini hanno lasciato passare i migranti, poi si è creato un effetto negativo per le società locali ed europee. Allora si è cercato un accordo tra i Paesi dell’Ue e quelli del Maghreb, per cercare di fermare quest’immigrazione. Gli europei finanziano il progetto ma il lavoro è fatto dai maghrebini. E’ una situazione un po’ distorta, perché si delega ad altri la responsabilità di agire altrove, soprattutto si delega a chi non è capace di controllare né le frontiere, né i problemi sociali interni legati alla migrazione di questo tipo. Il problema di fondo è capire cosa deve fare l’Europa per migliorare la situazione economica, sociale e culturale dei Paesi africani. Ma non si è ancora pronti a curare il male alla radice. Bisogna ripensare tutta la politica di aiuto allo sviluppo per fermare questo esodo, anche se la mobilità fa parte della globalizzazione, i media danno false informazioni e creano nelle persone sogni e aspettative sulla società occidentale”.