Il conflitto israelo-palestinese in Libano continua a monopolizzare l’attenzione della stampa del nostro Continente. “Forza Italia” (in italiano), è il titolo del corsivo di Le Monde (30/8) dedicato all’intensa azione diplomatica svolta dal nostro Paese per l’invio di un contingente europeo di pace in Libano. Al “dilettantismo” di Silvio Berlusconi in materia di politica estera, è la tesi del quotidiano francese, ha fatto seguito l’“ambizione” di Romano Prodi di “rimettere il proprio paese sulla scena internazionale”. “Romano Prodi – è il commento dell’articolo – che rivendica la sua esperienza a capo della Commissione, nutre progetti di rilancio dell’Europa, nell’ambito della difesa e oltre. Dopo cinque anni di disimpegno berlusconiano, è una notizia piuttosto buona”. A chiedersi se gli europei abbiano “segnato un punto” in Libano, con l’invio delle loro truppe di pace, è Marie-Francoise Macon , su La Croix. “L’Unione europea – è la constatazione di partenza – ci ha messo quindici giorni per decidere l’invio di circa 7000 soldati in Libano. C’erano voluti sei mesi perché decidesse di inviare truppe nella Repubblica democratica del Congo e quasi un anno per la Bosnia”. “Anche se occorre essere prudenti sulle analisi e sulle conseguenze della crisi libanese – sostiene Nicole Gnesotto, direttrice dell’Istituto di studi sulla sicurezza dell’Unione europea, intervistata da Masson – è chiaro che l’Unione europea ha acquisito una responsabilità molto importante, non solo verso il Medio Oriente ma anche per il rafforzamento delle Nazioni Unite” . In Libano, comunque, “la crescita di potenza dell’Unione europea deve inscriversi in una visione politica d’insieme per la stabilità del medio Oriente”. “L’impegno dell’Italia per assicurare 3000 soldati è diventata la chiave per dare corpo ad una forte azione di peeckeeping delle Nazioni Unite, guidate dall’Europa, in Libano”. E’ quanto si legge su Time (4 settembre), che contiene un’intervista al Ministro degli esteri italiano, Massimo D’Alema. A dedicare una pagina al rapporto tra Europa e Medio Oriente, alla luce delle trasformazioni provocate dall’attuale conflitto in Libano, è The Economist (19-25 agosto), con un articolo in cui si cerca di rispondere all’interrogativo sul “perché l’Europa, diversamente dall’America, trova così difficile amare Israele”. Nel giorno della partenza del contingente italiano per il Libano, Avvenire (30/8) intervista Richard N. Haass, presidente del Concil on Foreign Relations di New York, che intervistato da Ivana Arnaldi , a proposito della percentuale di successo delle forze Onu per “ristabilire l’ordine nel Sud del Libano e rendere stabile il cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah” dichiara: “Tutto dipenderà dalle circostanze” , anche perché la risoluzione dell’Onu “è abbastanza vaga sull’uso della forza, se i due belligeranti dovessero riprendere i combattimenti”. Il quotidiano spagnolo El Paìs del 31/8 parla del “difficile viaggio che sta realizzando Kofi Annan in Medio Oriente, presagio di problemi futuri”, mentre cominciano ad arrivare i militari della nuova forza internazionale in Libano. “Ci vorrà tempo affinché la forza multinazionale raggiunga i livelli degli impegni presi dai vari Paesi, per non parlare dell’obiettivo di 15.000 soldati fissato dall’Onu”. Quella di Annan, ricorda El Paìs, “è una delle ultime grandi missioni del suo mandato” che prefigura anche “ le difficoltà del contingente militare nel riuscire a garantire il cessate il fuoco”. “Hezbollah ha agito con rapidità e, nonostante la guerra, ha preso l’iniziativa della ricostruzione delle zone distrutte, con denaro che si sospetta venga dall’Iran. I libanesi che hanno visto le proprie case distrutte non si chiedono da dove vengano i dollari. Con questo, Hezbollah guadagna punti di fronte ad una comunità internazionale che, come al solito, arriva più tardi. Giovedì prossimo si celebrerà una conferenza dei donatori a Stoccolma che deve raccogliere almeno 500 milioni di euro. Bisogna sperare che questo avvenga, per provare a ricostruire il Libano e recuperare i 20 anni di retrocessione del Paese a causa di questa guerra distruttiva”. Sull’arrivo dei primi soldati spagnoli in Libano si interroga anche l’ ABC del 31/8, nell’editoriale “Soldati sul vuoto diplomatico”. “Il progressivo dispiegamento di soldati spagnoli nelle missioni internazionali – scrive l’editorialista – pone l’accento su una delle contraddizioni più gravi della confusa politica estera di Rodriguez Zapatero”. Ad avviso del quotidiano “l’invio di un migliaio di militari della Marina in Libano, come contingente dell’Unifil, presuppone il coinvolgimento attivo della Spagna in una zona ad altissimo rischio”.