BOSNIA - ERZEGOVINA

Imparare a rispettarsi

Contributi all’integrazione

“Sono secoli che in questa terra le religioni convivono insieme; anche la fede musulmana è stata mediata con la cultura di questo Paese, che è una cultura slava, vorrei quasi dire europea. Durante la dominazione ottomana, molti erano musulmani in pubblico e cristiani in famiglia: anche questo atteggiamento moderato ha contribuito all’integrazione. La radice è comune, come dimostrano tanti cognomi. Con la guerra sono invece cambiate tante cose”. Il cardinale VINKO PULJIC è arcivescovo di Sarajevo dal gennaio del 1991. Nell’agosto di quell’anno sarebbero iniziate le ostilità in Croazia e in novembre i combattimenti in Bosnia Erzegovina. L’aprile successivo vede gli assedi alle città, Sarajevo inclusa. In questa situazione, la sua voce si è alzata nella difesa dei diritti inalienabili della persona umana – senza distinzione di etnia e di credo religioso – e nella mobilitazione di tutte le forze per aiutare migliaia di profughi ed esuli. Cosa è avvenuto con la guerra? Sono entrati in Bosnia Erzegovina tanti musulmani provenienti dai Paesi arabi, portatori di una diversa mentalità rispetto a quella dei nostri musulmani, nonché di una cultura più politica che religiosa. Il loro aiuto economico e militare è stato condizionato a precise condizioni. Non sono contro i musulmani, ma contro questa diversa cultura che non ci appartiene. Come hanno reagito i musulmani locali? Non vogliono schierarsi contro, penso per non perdere determinati aiuti; qualcuno tace senz’altro anche per simpatia, altri lo fanno per paura. Sono nato in questo Paese, in una famiglia cattolica, sono andato a scuola e ho lavorato con ortodossi e musulmani: la questione dell’identità nazionale da parte dei musulmani è cominciata solo con il 1992… Cosa la preoccupa maggiormente? Durante il comunismo era impossibile a Sarajevo pensare di costruire chiese. Poi è venuta la guerra, al termine della quale ho chiesto più volte di poter dotare qualche parrocchia della sua chiesa: i Gesuiti, ad esempio, ancor oggi ne sono privi e celebrano in una cantina, più o meno come sotto l’Impero Romano… Ma mentre io non riesco ad ottenere i permessi, vedo sorgere senza difficoltà nuove moschee. Quello che oggi manca è la reciprocità e quindi l’uguaglianza: ogni identità, ogni libertà va rispettata, ma queste scompaiono dove i musulmani diventano maggioranza. Cosa pensa della posizione europea al riguardo? Questa è una grande domanda: il silenzio dell’Occidente, la sua paura e il suo ignorare la realtà… Mi sono attirato le critiche della comunità internazionale quando ho chiesto uguale misura per tutti. Ricordo, durante gli anni del comunismo, che si diceva: “Siamo tutti uguali”: a ben guardare, invece, qualcuno era sempre più uguale degli altri… Oggi la cosa si ripete, con gli americani che guardano con simpatia i musulmani, alla faccia dell’Iraq, e con Francia, Inghilterra, Russia e Grecia che sostengono i serbi… Come cattolici siamo i più anziani, le nostre radici sono anteriori all’Impero Ottomano, questo è il nostro Paese: per vivere insieme, bisogna imparare a rispettarsi. Come valuta gli accordi di Dayton? Sono sopravvissuto per 4 anni in una Sarajevo assediata, senza acqua, né energia elettrica, né riscaldamento, né cibo… Quando sono stati sottoscritti, gli accordi mi hanno trovato subito d’accordo, perché ponevano fine ad una guerra nella quale ero stato testimone di tante brutte cose; ma non sono riusciti a creare una pace giusta. 11 anni dopo, la comunità internazionale vuol chiudere la questione dei profughi… Dayton ha diviso la Bosnia Erzegovina in due entità, la Repubblica Srpska e la Federazione. Di fatto, ha legalizzato le conquiste degli eserciti, per cui riconosce la gran parte ai serbi, che si sono creati questo Stato con la pulizia etnica. La mia diocesi prima della guerra aveva 528mila cattolici, oggi sono 213mila: la comunità internazionale non ne appoggia in alcun modo il ritorno. Come se ne esce? Se la comunità internazionale non vuole che la nostra terra resti un focolaio permanente di instabilità e di minaccia per la pace deve innanzitutto permetterci di superare la divisione del Paese in due entità. Come vescovi proponiamo uno Stato democratico, multietnico, multiculturale e multireligioso, strutturato in 4 cantoni (Sarajevo, Banja Luka, Mostar e Tuzla). In esso, a livello comunale il potere si formi proporzionalmente in base al principio “un uomo un voto”; a livello regionale o federale ci sia una rappresentatività di ciascuno dei tre popoli; a livello di Stato, ci sia uguaglianza giuridica e garanzia dei diritti e delle libertà personali e civili. Condivide la posizione di chi spinge ad un ingresso della Bosnia nell’Unione Europea proprio per risolvere questi problemi? E’ molto importante integrare il nostro Paese nell’Unione, come pure che l’Europa entri nel nostro Paese e si possa creare un clima, una mentalità e una cultura democratica.