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L’Europa per la pace in Medio Oriente
Da cinquantotto anni ormai le guerre si succedono nel Medio Oriente. Forse dovremmo parlare fra poco di una nuova Guerra di Cento anni? Tutto sembra fare pensare di sì, la situazione è disperata. Difatti da tanti anni, tutte le iniziative di pace sono fallite, i falchi hanno sempre vinto sulle colombe, e tanti uomini di pace sono caduti, da Sadat a Rabin, sotto i colpi dei sicari. Oggi è l’esistenza stessa del Libano che è minacciata. Tutta la comunità internazionale è paralizzata, come dell’Onu, e rassegnata allo scontro permanente in questa regione. Pensa forse che è sufficiente circoscrivere l’incendio senza capire che si tratta in realtà di un vero tumore che mina il mondo intero e alimenta il terrorismo. Qui sta il vero focolare del conflitto di civiltà tanto sperato o ricercato da diversi protagonisti.. L’Europa deve e può tenere un ruolo in tale vicenda? Sì, perché ne ha innanzitutto il dovere morale. Porta una pesante responsabilità nello scoppio del conflitto: la creazione dello Stato d’Israele è il frutto della sua coscienza sporca di avere portato in se stessa l’antisemitismo e la Shoah. Sì, perché l’Europa è amica di tutte le parti. Sì, perché è portatrice di un progetto umanistico e democratico che garantisce l’esistenza e il rispetto di tutti. Sì, perché ha, per ragioni storiche, un ottima conoscenza delle culture in presenza, del mondo arabo – musulmano e cristiano – e del mondo ebreo, e perché sa ciò che significa “convivere”, in termini di tensioni come di scambi positivi e di ricchezze, perché la vecchia Europa è terra di diversità e di coabitazioni.Ma l’Europa può intervenire? È ancora capace di agire sul piano politico? Le crisi successive del Medio Oriente dimostrano, se questo fosse ancora necessario, il disastro che rappresenta il fallimento l’anno scorso del trattato costituzionale che avrebbe dotato l’Europa di un vero potere politico. Ma sarebbe vano e vile prenderne pretesto per non agire. Ogni Stato europeo sta organizzandosi per ricuperare i suoi propri cittadini presi nel groviglio dei combattimenti. Tale scelta è certamente necessaria, ma testimonia della permanenza degli egoismi nazionali. Chi si preoccupa di salvare gli sfortunati cittadini libanesi, israeliani e palestinesi che vogliono semplicemente vivere in pace, anche loro presi come ostaggi da un conflitto dal quale sono sconcertati, gestito dai nuovi signori della guerra? Costoro sfruttano le paure degli uni, le umiliazioni subite degli altri. Restiamo qui nella logica del nazional-egoismo: le navi sono mandate per far sfollare i concittadini, non per salvare la pace.Si può ancora sperare nel risveglio di alcuni Paesi europei? Quelli che dal 1950 sono stati il motore della costruzione europea potrebbero unire di nuovo, come un tempo fa, le loro forze e le loro voci, per smettere di condannare gli uni e gli altri, o per sottolineare le buone e cattive ragioni degli uni e degli altri – posizione di impotenza – per lanciare ai belligeranti e al mondo un grido: “Basta!”. Ma bisognerebbe alla testa di queste nazioni, degli uomini di Stato capaci di parlare alto e forte. Qualche segnale sta venendo da Onu e G8 ma è ancora debole e parziale. D’altra parte non è più il tempo delle finezze diplomatiche che hanno dimostrato le loro insufficienze, ma della volontà politica chiaramente affermata a tutti.