Quotidiani europei

L’imminente visita di Papa Benedetto XVI in Spagna viene commentata da Leo Wieland sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (5/7): “ Più fredde delle relazioni tra Spagna e Vaticano, dall’elezione del premier socialista José Luis Rodríguez Zapatero ci sono solo quelle tra lui e il presidente americano George W. Bush. Mentre però quest’ultimo non dà cenni di voler ricevere Zapatero nella Casa Bianca neanche durante l’ultima metà del suo mandato, Benedetto XVI non dimostra di avere paura del contatto. Al contrario, durante la sua prima visita in Spagna questo sabato a Valencia, il Papa incontrerà anche Zapatero e vorrà presumibilmente anche comunicargli alcuni aspetto fondamentali sul tema della famiglia, dal suo punto di vista“. E non poteva mancare un commento sull’eliminazione della Germania dalle semifinali dei mondiali. Sulla Frankfurter Rundschau (5/7), Jan Christian Müller scrive “ Nella percezione dei tifosi come degli osservatori professionali, persino dei suoi critici, Klinsmann ha tratto il meglio dalla squadra preparandola anche per il futuro. Si è meritato i riconoscimenti non con un atteggiamento simpatico e cordiale verso gli altri ma con un lavoro mirato, basato su una filosofia e una strategia che ha difeso in modo coraggioso come talora persino ignorante, anche nei momenti di crisi. […] Ha funzionato benissimo. Fino al 120′, contro l’Italia giusta vincitrice della partita. […] Non importa ormai che qualcun altro vinca i mondiali: anche gli sconfitti possono essere vittoriosi, se hanno dato tutto“. “Solo un processo di pace guidato dalle Nazioni Unite può fermare la catastrofe Iraq” : questo il titolo di un commento di politica internazionale pubblicato sul quotidiano inglese The Guardian (05/07). “I governi inglesi e americani amano far credere che in Iraq le cose stiano migliorando. SI sbagliano. I fatti sconfessano il loro ottimismo” afferma Menzies Campbell. La coalizione – prosegue – non ha una strategia di uscita, ma nemmeno una per rimanere, e continuare come si è fatto finora non è un’opzione credibile”. Per Campbell “il fondamento di una nuova strategia dovrebbe essere un processo di pace guidato dalle Nazioni Unite per accelerare la riconciliazione nazionale e l’internazionalizzazione del supporto all’Iraq. Solo una soluzione internazionale può sostenere la legittimità e l’efficienza del governo iracheno, migliorare l’erogazione dei servizi essenziali ed agevolare la fine della militarizzazione”. Sul “silenzio europeo di fronte alla crisi palestinese” interviene dalle colonne del quotidiano cattolico francese La Croix (04/07) Dominique Moïsi, esperto di relazioni internazionali. “ Il disimpegno psicologico e morale di fronte ai palestinesi – osserva – è un fatto nuovo per l’Europa, mentre per gli Stati Uniti non è che una conferma. La prima ragione del silenzio dell’Europa, e la più importante, è che i palestinesi hanno deluso gli europei dopo la vittoria di Hamas e i discorsi estremisti dei loro leader sul non riconoscimento dello Stato d’Israele”. Inoltre, di fronte alle minacce del terrorismo fondamentalista islamico, gli europei si chiedono “ perché sostenere in Medio Oriente persone che appaiono strettamente legate a chi ci vuole distruggere? I palestinesi pagano il prezzo delle loro divisioni e l’errore strategico più grave dello scoppio della seconda intifada, all’indomani dell’11 settembre. Non hanno capito che il mondo era cambiato e che le nuove potenze, India, Cina e Russia erano molto più vicine a Israele che a loro”. Al lancio dei sette missili da parte della Corea del Nord nei cieli dell’Asia orientale il quotidiano francese Le Monde (06/07) dedica un’analisi di Philippe Pons. “Gesto disperato di un regime allo stremo? Scommessa per tentare di ristabilire un rapporto di forze a sua vantaggio? “ si chiede Pons, secondo il quale “ Pyongyang ha dimostrato fino ad oggi di giocare con una certa abilità le poche carte che ha in mano sul filo di una diplomazia sull’orlo dell’abisso. L’evoluzione della crisi sul nucleare iraniano potrebbe essere un ulteriore elemento che ha portato Pyongyang a manifestarsi” giacché, “come la Repubblica democratica di Corea, anche l’Iran rifiuta di piegarsi alle esigenze della comunità internazionale”. “E’ evidente – interviene sul tema Vittorio Emanuele Parsi in un editoriale del quotidiano cattolico italiano Avvenire (06/07) – che le modalità con le quali il mondo reagirà (o non reagirà) alla sfida nordcoreana saranno osservate con molta attenzione a Teheran. Le due crisi hanno un oggetto comune: la questione della proliferazione nucleare di fronte alla sempre più palese inefficacia del Trattato che dovrebbe impedirla… tuttavia, mentre Teheran nega recisamente ogni implicazione militare nel suo progetto, Pyongyang non ne fa mistero, anzi”. Sono diverse le motivazioni degli Stati coinvolti, sottolinea l’editorialista, ma, riferendosi al rifiuto di Cina e Russia da adottare una risoluzione nei confronti della Corea “l’atteggiamento per nulla risoluto e compatto di quelli che dovrebbero essere i ‘pompieri’ – osserva – rischia di trasformare il gioco di Kim Yong in una lezione di successo: da imitare oggi a Teheran, domani chissà dove”.