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Una carta vincente

Università in Europa: incontro dei docenti promosso dal Ccee

Le università “più adatte” a rispondere alle sfide della “globalizzazione della produzione” e della “diffusione del sapere” sono quelle “capaci di essere molto aperte al mondo” e nello stesso tempo di testimoniare “un radicamento profondo in una storia, in una cultura, in una società nazionale o regionale”. Lo ha detto Michel Wieviorka, della Scuola di studi superiori di scienze sociali (Ehess) di Parigi, durante l’incontro europeo dei docenti universitari promosso dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee e in corso a Roma fino al 24 giugno sul tema: “Un nuovo umanesimo per l’Europa. Il ruolo delle università”. Ecco la parte finale dell’ intervento di Michel Wieviorka. Oggi le scienze sociali discutono molto della democrazia, delle sue diverse forme, e delle modalità per rinnovarla. Esse distinguono, per esempio, la democrazia rappresentativa dalla democrazia partecipativa e dalla democrazia deliberativa. Tali preoccupazioni riguardano soprattutto l’Università. Essa infatti non può operare soltanto in funzione di ciò che le detta lo Stato, dall’esterno e dall’alto, e di ciò che decidono i suoi responsabili in funzione dei vari livelli di autonomia. Deve anche preoccuparsi delle aspettative della società e porsi la questione della democratizzazione dell’accesso al sapere e, a monte, della definizione degli interessi in gioco della sua produzione. Numerose sono le Università (o gli attori interni alle Università, per esempio i sindacalisti) che si preoccupano anche dell’educazione del popolo o che cercano di mettere in pratica dei dispositivi che permettano di tessere legami tra scienza e società, tra produzione delle conoscenze e aspettative del pubblico, sotto forma di conferenze cittadine, per esempio, aprendosi a dibattiti, creando filiere che tengano conto delle nuove domande sociali e culturali, etc.Le Università sono ormai preda della globalizzazione e nello stesso tempo sono il luogo che più incarna la speranza di un futuro migliore per le giovani generazioni e per i paesi in cui esse hanno sede. Esse trovano oggi il loro massimo dinamismo nei paesi che per loro giocano più la carta della competizione che quella della giustizia sociale, essa stessa troppo frequentemente concepita secondo categorie paralizzanti. L’Europa, a partire dall’inizio del secondo secolo del nostro millennio, a Bologna, a Parigi, a Oxford, etc., ha inventato le Università e ha conferito loro, a partire da questo passato, la piega umanistica che nell’insieme le ha sempre caratterizzate, certamente più che altrove. Essa ha oggi una carta fantastica da giocare, promuovendo formule di insegnamento superiore e di ricerca che mantenga questo spirito umanistico, pur articolandolo secondo esigenze di eccellenza e efficacia, curandosi della giustizia sociale oltre che della competitività, riconoscendo l’importanza della soggettività degli attori, pur preoccupandosi costantemente, come è giusto, o ponendosi la questione del legame tra il suo funzionamento e la democrazia. L’Europa è certamente la regione del mondo che dispone dei migliori atout storici, istituzionali, culturali, economici, per incarnare l’Università umanistica del futuro e non soltanto quella del Medio Evo e del Rinascimento.