“Si può dubitare a ragione che il rapporto tra costi e benefici degli incontri chiamati G8 sia ancora sensato”, scrive la FRANKFURTER ALLGEMEINE ZEITUNG (6/6). “Ma queste assemblee sono tra gli eventi più importanti dell’anno non solo per i ‘black block’. Anche gli statisti, che dovrebbero avere finalmente la possibilità di conversare tranquillamente… usano volentieri questo palcoscenico per impressionare il pubblico. Due partecipanti, il presidente americano e il presidente russo, hanno provato a farlo già prima di incontrarsi”… “Il presidente russo deve dimostrare” che “il Cremlino concorda con l’Occidente almeno per le questioni strategiche. I progetti di Putin per una guerra atomica in Europa parlano un’altra lingua. Ma in Germania si preferisce domandarsi se la polizia non abbia nuovamente provocato bravi dimostranti”. Sulla FRANKFURTER RUNDSCHAU , Stephan Hebel commenta: “Si può sperare in una prosecuzione della protesta dopo le terribili scene di Rostock? Bisogna farlo, se non si vuole lasciare il mondo ai leader recintati ad Heiligendamm. Non si tratta più delle aspirazioni dei molti che vogliono una globalizzazione più equa. Ora si tratta della questione se questa ed altre aspirazioni possano in futuro essere ascoltate… Agli autori delle violenze non importa nulla… Ma ai critici seri della globalizzazione, l’effetto devastante di queste azioni non può essere indifferente. Essi dovranno lottare contro i ‘black block’ con la stessa intensità con cui combattono le iniquità. Devono perché altrimenti perderanno qualsiasi possibilità di essere ascoltati”. “Non ascoltate ciò che i leader del mondo ricco dicono – guardate quello che fanno” è il titolo del commento di George Monblot apparso Sul quotidiano britannico THE GUARDIAN (05/06). Mentre è in corso “quel toccante rito annuale in cui i potenti della terra si commuovono fino alle lacrime”, Monblot sottolinea che, di fronte “agli obiettivi che il G8 proclama di voler perseguire: salute e istruzione per tutti, sradicamento della povertà, regole eque per il commercio internazionale”, “le nazioni del G8 si impegneranno solo fino al punto in cui ciò non entrerà in collisione con i propri interessi”. “Il G8 chiede azioni per il cambiamento climatico: la Banca mondiale, controllata dai Paesi del G8, finanzia centrali elettriche alimentate a carbone e progetti di deforestazione”. Quanto al commercio internazionale, “il G8 chiede regole più favorevoli all’Africa; l’Europa e gli Stati Uniti” fanno di tutto perché “ciò non accada”. Anche per quanto riguarda il debito dei Paesi poveri, di fronte alle richieste del Fondo monetario internazionale “i leader del G8 scuotono la testa e si lavano le mani: abbiamo fatto il possibile”; la colpa “è della corruzione delle élite del Terzo mondo”. “La questione – conclude Monblot – non è più se il potere non democratico che il G8 esercita sul resto del mondo può essere impiegato per il bene. La questione è se mai cesserà di essere impiegato”. Sulle pagine web del settimanale polacco POLITYKA in questi giorni si può trovare il commento di Adam Szostkiewicz sull’incontro tra i presidenti Bush e Putin i quali, , “hanno dei problemi con l’uscita di scena” facendo sembrare la loro storia un “pessimo western”. “Si rimane sbalorditi vedendo le schermaglie, sempre più agguerrite, tra Bush e Putin, mentre per entrambi si avvicina la scadenza del mandato presidenziale. Nessuno dei due è riuscito a trovare il tono adatto a quel periodo della carriera politica. Aumentano le tensioni come se ognuno volesse essere ricordato quale duellante e non grande statista. (…) Dobbiamo però ricordare che Bush e Putin” se lo possono “in quanto sia la Casa Bianca, sia il Cremlino avranno fra poco nuovi inquilini. Quello che oggi sembra una nuova guerra fredda, fra un anno o due sarà valutato come marginale. Non c’è alcun ritorno alla guerra fredda”; per Szostkiewicz “è solo rivalità per assicurasi il miglior blocco di partenza nella gara per una nuova divisione delle sfere d’influenza nel mondo”. “Per i malati vegetativi” valga “il principio di precauzione”. E’ quanto afferma Giacomo Samek Lodovici nell’editoriale del quotidiano cattolico italiano AVVENIRE (07/06). Commentando il risveglio (dopo 19 anni) del polacco Jan Grzebski, da uno stato di totale incoscienza, e al quale i medici avevano dato solo tre anni di vita, mentre la moglie ha svolto con amore il lavoro di un team di terapia intensiva, Lodovici osserva che “sarebbe meglio evitare sia la nozione di stato vegetativo, sia parlare di privazione permanente della consapevolezza, perché non esiste la certezza assoluta che un paziente non possa mai più riprendersi. Insomma, non siamo certi che questi malati siano privi di consapevolezza, né che lo siano definitivamente. Perciò, – ribadisce l’editorialista – dobbiamo applicare il principio di precauzione: ammesso e non concesso che l’intangibile dignità dell’uomo risieda nella sua consapevolezza, non dobbiamo rischiare di uccidere degli uomini che potrebbero essere coscienti e che potrebbero riprendersi. Non di eutanasia hanno bisogno questi malati, ma di amore, quello che non demorde e che non si scoraggia. Come quello della moglie di Jan”.