RASSEGNA DELLE IDEE

Paura per un islam europeo?

L’ultimo numero di “Vita e Pensiero” (Italia)

A talune condizioni l’Europa può essere “una chance per l’islam”, e l’islam “una chance per gli europei”: è la conclusione cui perviene MAURICE BORRMANS , già docente di lingua araba, diritto musulmano e storia dei rapporti tra arabi e cristiani al Pisu (Pontificio Istituto di studi arabo-islamici) di Roma, in una riflessione apparsa sull’ultimo numero di “Vita e Pensiero”, bimestrale di cultura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (Italia). In Europa vivono oggi 33.303.000 musulmani (dati Enciclopedia Britannica). FENOMENO NON NUOVO . “L’Europa contemporanea, di antica tradizione cristiana, si è trovata ad accogliere svariate comunità musulmane in epoca più o meno recente”; non si tratta, tuttavia, di “un fenomeno nuovo”, giacché, osserva padre Borrmans, “Andalusia e Sicilia hanno conosciuto in epoche lontane fasti e nefandezze di un convivenza culturale, se non religiosa”. Citando ricerche effettuate in diversi Paesi dell’Europa occidentale, l’islamista osserva che “questi musulmani sono venuti in Europa per cercare lavoro”, e, gradualmente, “si è passati alla ricomposizione delle famiglie e, di conseguenza, alla ricostruzione di cellule della società d’origine con visibilità culturale e religiosa”. In alcuni Paesi si è giunti alla terza o alla quarta generazione e un po’ dovunque gli islamici “si sono riconosciuti in associazioni culturali o cultuali che costruiscono moschee, aprono scuole islamiche e organizzano centri sociali”. Di qui le richieste di “affermazione identitaria” come “la questione del velo in Francia, esigenze alimentari come la richiesta di carne hulal, richieste culturali (insegnamento a scuola delle lingue e culture)”. UN MODELLO DI DIALOGO. Spesso “gli Stati europei hanno dovuto elaborare intese con le federazioni” dei musulmani insediati sul territorio “per facilitarne la progressiva integrazione”, rileva padre Borrmans, non nascondendosi “i problemi che tale situazione genera nel quadro specifico di ogni Stato”. “Molti di questi immigrati – rimarca – non sono stati preparati a capire le nuove società d’accoglienza, perché hanno sempre conosciuto una società islamica integrata dove c’è confusione tra cittadinanza, cultura e religione, e dove l’Occidente è percepito ambiguamente come modello e antagonista nello stesso tempo”; anche il cristianesimo “assume ai loro occhi una forte ambivalenza”. Di qui l’importanza che, da un canto, “un’effettiva uguaglianza venga garantita a tutte le religioni nell’ambito pubblico”, dall’altro, le organizzazioni islamiche si rendano “meno dipendenti dal controllo politico, culturale e finanziario dei Paesi d’origine”. Auspicabile, inoltre, “un maggiore dialogo tra rappresentanti delle varie religioni e responsabili politici e culturali delle società europee”. Per l’esperto occorre “elaborare un modello di dialogo interculturale” che distingua, “tra le richieste identitarie dei musulmani, ciò che non è tollerabile, ciò che è tollerabile, ciò che è rispettabile e ciò che è condivisibile”. LA DOPPIA CHANCE . In questo quadro, per affrontare le sfide e superare i pregiudizi nel dialogo islamo-cristiano, è urgente “che dotti di entrambi le religioni studino” insieme con autorevoli giuristi “le ragioni filosofiche e teologiche che fondano i diritti dell’uomo e i testi giuridici che ne precisano l’applicazione”. Ciò suppone “una ricerca approfondita sulle convergenze possibili tra il diritto naturale e le leggi positive, da un lato, ed i fini della legge religiosa che i musulmani chiamano shari’a dall’altro, di modo che possano ravvicinarsi le filosofie del diritto di entrambi le parti”. I formatori delle opinioni pubbliche e i rappresentanti delle comunità religiose hanno quindi la grande responsabilità di promuovere tale spirito di dialogo” nelle società dell’Europa occidentale, affinché “il vivere insieme vi si possa realizzare per il bene di tutti”. Tre, rimarca l’esperto, le “condizioni assolutamente necessarie: la conoscenza oggettiva delle altre religioni, la valutazione teologicamente positiva” delle altre esperienze religiose e, infine, l’educazione al dialogo interreligioso e alla condivisione dei valori della fede. A giudizio di padre Borrmans, “se tale ideale viene concretamente vissuto in Europa, esso eserciterà la sua influenza sui comportamenti delle comunità maggioritarie o minoritarie dei Paesi d’origine dei musulmani che vivono ormai nelle società europee”. “Ed è forse per questo – precisa – che si può affermare che l’Europa è una chance per l’islam”, il quale “vi si deve esprimere nel rispetto della convivenza civile”. Da parte sua, anche l’islam è “una chance per gli europei, invitati a restituire alle religioni la loro visibilità positiva al servizio delle culture nazionali e poi, se sono cristiani, a riscoprire i valori di fede autentica e contagiosa del loro cristianesimo, il quale non dovrebbe più essere solo un patrimonio socio-culturale, ma un messaggio di felicità e salvezza per tutti”.